Voltaire forever young. Un “Taccuino di pensieri” per il Terzo Millennio

“I maestri della menzogna fondano il proprio potere sulla stupidità umana”. “Tale il popolo, tale il ciarlatano” . ”Non si sono mai fatte credere stupidaggini agli uomini se non per sottometterli”. “L’interesse che ho di credere in una cosa non è prova della sua esistenza”. “Quando si è distrutto un errore, si trova sempre qualcuno che lo resuscita”.“Il primo grado di stupidità consiste nel pensare soltanto al presente e ai bisogni del corpo”. “Un solo cattivo esempio, una volta dato, è in grado di corrompere un’intera nazione, e l’abitudine diventa una tirannia”. “Il primo grado di stupidità consiste nel pensare soltanto al presente e ai bisogni del corpo”. “Il dubbio non è molto piacevole, ma la certezza è ridicola”. “La favola è la sorella maggiore della storia. La storia di ogni nazione non comincia forse con delle favole? “: “Nonostante i progressi dello spirito umano, si legge assai poco; e tra coloro che talvolta vogliono istruirsi, i più leggono molto male”. “Il miglior effetto di un libro è di indurre gli uomini a pensare”. “La libertà consiste nel non dipendere che dalle leggi”.

A chi appartiene questa voce che sta parlando di noi, a noi? Ironico, beffardo, provocatore, scettico e disincantato, ma fedele alla propria vocazione di strenuo difensore della Ragione contro la valanga di violenze, menzogne e fanatismi che si riversa sulla storia degli uomini, François-Marie Arouet si era scelto lo pseudonimo di Voltaire per distinguersi dal padre, facoltoso avvocato e notaio, consigliere del re, con cui era spesso in conflitto (arrivò persino al punto di vantarsi, lui ultimo di cinque figli, di essere un illegittimo). Ancora si discute se fosse un anagramma del cognome con cui era conosciuto in gioventù, Arouet le Jeune, o del luogo d’origine della famiglia, Airvault; o se semplicemente voleva trasmettere impressioni di velocità e audacia, qualcosa che stava tra l’eleganza del volteggio e la libertà del volo. 

Brillante allievo dei Gesuiti (che poi criticherà aspramente) il giovane Arouet dimostra presto il suo coraggio scanzonato di spadaccino libertario con una serie di scritti polemici e satirici che gli valgono l’apprezzamento dei salotti nobiliari e i fulmini della repressione reale: una reclusione alla Bastiglia, un periodo di confino a Châtenay, l’esilio in Inghilterra (dove conobbe e stimò Newton e Swift, apprezzò Shakespeare e maturò le sue idee illuministiche) dal 1726 al 1729. Tornato in patria, la pubblicazione delle Lettere inglesi, in cui manifestava il proprio apprezzamento per le istituzioni e la cultura inglesi, per arrivare a una critica spietata dell’Ancien Régime, gli valsero nuove condanne e un nuovo esilio in Lorena e a Cirey, nello Champagne, ospite di Madame de Châtelet, che definirà la sua anima gemella, a cui lo legherà una lunga relazione e una formidabile biblioteca di 21.000 volumi.

Lì attingerà l’instancabile poligrafo per nutrire un’opera torrenziale, articolata in una cinquantina di volumi, che toccavano ogni genere praticabile, dal poema parodistico (La Pulzella d’Orléans) alla tragedia e alla storia, dal teatro alle scienze, dal trattato al romanzo (Candide) e al racconto (Zadig, Micromega), dalla politologia e ai pamphlets (spesso pubblicati anonimi). 

Dura, e significativa, la sua polemica con Rousseau: “Leggendo la vostra opera viene voglia di camminare a quattro zampe. Tuttavia, avendo perso quest’abitudine da più di sessant’anni, mi è purtroppo impossibile riprenderla”. Ma non meno importante resta la corrispondenza con centinaia di illustri corrispondenti di tutta Europa, che a partire dalla metà del secolo gli riconoscevano il ruolo di patriarca e leader dell’Illuminismo, e accorrevano devoti al castello di Ferney, nei pressi di Ginevra, dove si era ritirato. Potrà tornare trionfalmente a Parigi sono nel febbraio 1778, per morirvi a maggio. L’arcivescovo vieterà la sua sepoltura, ma tredici anni dopo, in piena Rivoluzione il suo corpo verrà trasferito al Pantheon con una cerimonia spettacolare, grandiosamente teatrale.

Nella prefazione al Trattato sulla tolleranza, Sergio Romano ha ricordato giustamente il mix inconfondibile, fatto di grandi passioni intellettuali, vasta cultura, scrittura ironica e scintillante, curiosità inesauribile e prodigiosa capacità di raccontare le idee che fanno di Voltaire, “anche se la parola può sembrare riduttiva, un giornalista”. È sicuramente il fondatore della comunicazione moderna, cui si ispireranno un altro grandissimo “inviato speciale”, Châteaubriand per l sue Memorie d’oltretomba, e Napoleone, che coniava aforismi fulminanti direttamente in bella copia. Oggi saprebbe maneggiare i tweet e i social come nessuno, avrebbe milioni di followers adoranti, sarebbe ospite fisso e richiestissimo di  trasmissioni televisive, in cui riuscirebbe a mettere in difficoltà persino Sgarbi.

Ecrasez l’infâme” era il suo celebre motto: abbattete il muro vergognoso di falsità e invenzioni che umilia gli uomini: vittime sì, ma anche complici involontari, perché si lasciano ingannare troppo facilmente, da quei creduloni che sono per troppa ignoranza.  

Nemico d’ogni dogmatismo e d’ogni gabbia metodologica , combatte i grandi sistemi usando armi leggere, e già questa è una novità provocatoria. Risponde all’artiglieria pesante mulinellando le sue lame affilate, esaltandosi negli affondo dell’aforisma, del frammento, del bon mot, dell’arguzia irridente. Uno scattista del pensiero in lotta (obliqua, mai frontale) contro quelli che oggi chiamiamo i poteri forti, sempre pronto a liberare il proprio estro, a trasformare passioni civili, avversioni e disgusti in furore stilizzato. 

Si piace e si vuole così, mercuriale, gassoso,  imprevedibile. Si sente vivo solo nel fuoco dello scontro.  Sa bene che la modalità del duello è quella che piace al suo pubblico, al pubblico d’ogni tempo. Un prepotente istinto teatrale lo fa sentire a proprio agio nelle tavolate dei potenti e nei salotti alla moda, che è capace di coinvolgere, blandire e stuzzicare al tempo stesso. Li fa sentire partecipi della propria intelligenza beffarda,  affronta argomenti seri e serissimi con una vis comica, un linguaggio diretto che non ha nulla della superciliosità e delle oscurità di cui si compiacciono i dotti. “Bisogna essere brevi e sapidi”, ammonisce. Affina lo style coupé, pone domande che contengono in sé la risposta. Sa che l’attenzione degli adulti non dura più a lungo di quella dei bambini. 

Bene ha fatto Domenico Felice, già professore di Storia della filosofia all’Università di Bologna, e grande studioso di Montesquieu e dello stesso Voltaire (di cui ha curato per i “Millenni” Einaudi il monumentale  Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni, una vera storia universale dell’infamia d’ogni tempo e paese) ad estrarre da quest’opera sterminata un ricco Taccuino di pensieri (Mimesis, pp. 536 , euro  ). Sono aforismi e riflessioni che possono riuscire preziosi all’uomo del Terzo Millennio, sempre più appiattito su un presente confuso, incapace di progettare il futuro sulla base delle esperienze storiche. Non è un’operazione arbitraria, ma anzi è coerente con il modus operandi di questo maestro del riuso. Anche il fortunato Dizionario filosofico era un accorto assemblaggio di centinaia di voci di varia lunghezza, che ripropongono i temi su cui Voltaire aveva lavorato per mezzo secolo: dalla teologia all’economia politica, dall’agronomia alla critica letteraria, dalla filosofia del diritto all’astronomia, alla matematica e alla medicina, dalla geografia alla storia. Usi e costumi, mentalità, pratiche religiose, pensiero, culture materiali, tecniche produttive: sono proprio le diversità a sedurlo, a dare sostanza a un’affabulazione che talvolta si increspa in un sorriso di commiserazione e di sdegno, ma anche di ammirazione. “Tre cose agiscono sullo spirito degli uomini: il clima, il governo e la religione: sono queste le uniche chiavi per spiegare l’enigma del mondo”. In queste poche chiavi si possono trovare i tesori della molteplicità e della diversità.

Voltaire è il primo a capire che il potere deve misurarsi con quella che oggi chiamiamo pubblica opinione, e sa come parlarle, incuriosirla, sorprenderla, tenerla in tensione. Dissimula l’aggressività atteggiandosi a finto ingenuo, smascherando l’ipocrisia con le domande che farebbe un bambino, e l’effetto è devastante. Ha del proprio tempo e delle sue debolezze una percezione esatta, che gli viene proprio dalle letture storiche: “La terra è un vasto teatro in cui la stessa tragedia è recitata sotto nomi diversi”. Scoprire il linguaggio più adatto per colpire i propri interlocutori significa averli in pugno. «Tutti i generi sono validi, tranne quello noioso», scrive a Walpole. 

Nelle sue argomentazioni, Voltaire pratica l’equivalente di un moderno e rigoroso fact-checking, in cui l’Europa non è più il centro del mondo. Il suo umanesimo è scettico ma non rassegnato, disilluso ma indomito. Per lui la filosofia ha dunque da essere pratica: operativa, applicativa, paziente, ostinata. Deve concentrarsi sul dovere di facilitare l’avanzata della ragione: che è lenta, difficile, ma irrinunciabile. «Poveri umani che siamo! Quanti secoli ci sono voluti per acquistare un po’ di ragione!”. Bisogna sempre partire realisticamente dal qui e ora. “Adeguatevi ai tempi”, esorta. O ancora: ”Cancellate lo studio della storia e forse rivedrete la notte di San Bartolomeo in Francia e Cromwell in Inghilterra”. Nell’epoca della menzogna digitale e della demagogia globalizzata Voltaire ha ancora molto da insegnare. Il Certo non gli farebbe molto piacere constatare che il mondo non è molto cambiato dai suoi tempi, che intolleranza, violenza, fanatismo e menzogna continuano a farla da padroni, ma sarebbe stato capace di portare in piazza migliaia di ragazzi entusiasti e si sarebbe preso anche online le sue belle soddisfazioni. Perché il grande vecchio di Ferney è rimasto forever young.

 

 

“Notiziario della Banca Popolare di Sondrio”,

n. 141, dicembre 2019

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