Rhemes o della felicità

A partire dagli anni ’60, verso la fine di giugno Giulio Einaudi porta i suoi collaboratori in una albergo della val di Rhêmes, per una settimana, per discutere criticamente il lavoro svolto fin lì e progettare quello futuro. Questi singolari “ritiri spirituali” sono animati da alcuni grandi pe4rdsonaggi della cultura del ‘900, da Vittorini a Calvino e a bobbio, ma rappresentano anche l’occasione di un incontro ravvicinato con la montagna e il suo spirito più profondo.

Il grandioso e intatto scenario naturale, dominato dalla mole della Granta Parey, è l’ambiente ideale per sviluppare i progetti che i monaci einaudiani elaborano con fervore, tra discussioni appassionate, allegri momenti conviviali, ghiotte merende, passeggiate e gite memorabili al rifugio Benevolo.

Riprendendo e sviluppando con pagine inedite un capitolo delle sue memorie einaudiane compreso ne I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli 2005), Ernesto Ferrero rievoca quei giorni, rimasti nel ricordo come l’immagine stessa della felicità, ritraendo dal vero e fissando in una sorta di album famigliare i ritratti dei protagonisti di una stagione irrepetibile.

Qualche pagina di Rhemes o della felicità

Adesso che mi volto indietro a guardarli, mi sembra di vederli tutti insieme sul piazzale dell’albergo Granta Parey, a Rhêmes, sacco in spalla, pronti per la tradizionale camminata di metà settimana verso il rifugio Benevolo. Ci sono gli Einaudi a ranghi completi, con in testa Luigi, il professore, il senatore, il presidente, con il basco e il bastone.
Ha organizzato di persona minutamente (e frugalmente) ogni dettaglio. Accanto a lui donna Ida, regale nel suo sorriso boreale, l’ingegner Roberto, le nuore e i nipoti. (Giulio il dispettoso è già andato avanti per conto suo, per sentieri che sembra conoscere solo lui).
C’è Natalia Levi non ancora coniugata Ginzburg, con il padre e i fratelli rumorosamente e imprevedibilmente collerici e la sorella Paola che detesta il sole perché le fa spuntare le efelidi sul naso, e lei invece si vorrebbe lunare come Pierrot.
In montagna i fratelli Levi ce li avevano mandati per forza, per “irrobustirsi” come volevano i genitori, ma non perdono l’occasione di dichiarare che alle arrampicate preferiscono lo sci assai più comodo.
Italo Calvino le gambe se le è fatte da partigiano sulle prealpi liguri. A Rhêmes porta pullover austeri in stile anni ’50, e si sottomette anche alle gite più impegnative con il consueto senso della disciplina. Camminando, non spreca fiato per parlare, come sempre.
Tra i più pronti a partire Franco Venturi, che come Massimo Mila sembra fatto più per la roccia che per le aule accademiche, le biblioteche e gli archivi, tanta è la forza che emana perfino dalla barbetta, dalle sue sonore risate di agitatore utopista capace di liberare la Russia zarista dai suoi mali antichi. (…)
Norberto Bobbio, accompagnato dalla sua Valeria, dice di andare avanti, di non aspettarlo: ha qualche problema con le gambe. Vittorini invece è rimasto sulla terrazza dell’albergo a prendere il sole, a leggere i libri di scienza che negli ultimi tempi tanto lo appassionano. La giornata è insolitamente calda, e lui si è messo in canottiera. Guarda chi gli sta scattando una foto con il sorriso confidente e un po’ sornione di chi ha molto amato la vita, e molto dalla vita è stato amato.
Per cercare di suscitare in lui una ragionevole invidia, a sera l’Editore gli magnificherà le gioie dell’indimenticabile giornata, e tesserà l’autoelogio della propria abbronzatura. Ma l’ultimo sentimento che si può suscitare in Vittorini è l’invidia.
Pavese no, non sta nel gruppo. È l’uomo delle camminate solitarie, e alle montagne tanto care a quello che lui chiama “il padrone” preferisce la collina, i fiumi cittadini. Quando cinge la fronte di una bandana scura e impugna la pagaia, sembra il personaggio salgariano che avrebbe voluto essere. Così come Salgari sogna i mari del Sud dalle rive del Po alla Madonna del Pilone, così lui ha trovato il suo Oriente sulle sponde del Sangone. Tuttavia non gli dedica molte ore. Ci sono bozze che lo aspettano negli uffici deserti, affacciati sugli ippocastani di corso re Umberto, che sono la sua vera casa anche nei giorni festivi.
Pavese è l’uomo che passa in ufficio perfino il giorno di Natale.
Gli einaudiani sono fatti così. Si cibano di lavoro come di una pappa reale che li tonifica e fortifica. Lo Struzzo del logo cinquecentesco scovato da Franco Antonicelli reca in bocca un chiodo per ammonirci che, come recita il cartiglio, “spiritus durissima coquit”: digerisce anche le cose più dure. Salendo verso il Rifugio Benevolo con la segreta esultanza di potermi accompagnare con loro, penso che allo Struzzo del logo si potrebbero tranquillamente aggiungere corde e piccozza, e uno zaino con frutta e cioccolato, per quando si arriverà in cima.