Alberto Arbasino, maestro di stile. Un ricordo

Quando Alberto Arbasino arrivava nelle bianche stanze del monastero laico di Via Biancamano era sempre un po’ un avvenimento: il rientro di un parente avventuroso sempre in giro per il mondo, che aveva tante cose da raccontare:  mostre raffinate, concerti sublimi, spettacoli indimenticabili, e poi ancora, scoperte di musicisti, registi, pittori, scrittori di cui avremmo presto sentito parlare. Portava raffiche di saluti di amici comuni. Oppure ci informava di come stava l’ingegner Gadda, di cui anche lui era un devoto. Le ossessioni e le fobie del Gran Lombardo alimentavano un’aneddotica che diventava presto leggendaria.

Sempre di una eleganza suprema, curatissima, perfette le camicie e le cravatte, il taglio delle giacche. Aveva l’aria gaia del globetrotter che può illuminare per scorci, lampi e battute quel che succede in Italia con le analisi intuitive di quel che succede altrove. Diceva che di Einaudi e di Torino gli piaceva l’aria cosmopolita tutta sottotraccia, tra le righe, che non ha bisogno di esibirsi come tale.

Sul lavoro era molto esigente, maniacale. Almeno tre giri di bozze per ogni libro, lunghe discussioni su quello che lui chiamava all’inglese il blurb, cioè i risvolti, cui annetteva giustamente grande importanza, e non andavano mai bene. Non a caso lo affidavamo a una redattrice di grande esperienza, Elena De Angeli, la stessa che si occupava maternamente, con infinita, avvolgente pazienza, di grandi nevrotici come Paolo Volponi, Elsa Morante o Eduardo. Alberto era arrivato presto in Via Biancamano, ci aveva pubblicato il suo primo libro, Le piccole vacanze, nel 1957. Poi ci era tornato negli anni ’70, La bella di Lodi il suo libro più fortunato (ero andato a a Venezia a ritirare un premio Campiello per conto suo, il gran cronista della mondanità si sottraeva alle cerimonie troppo formali). 

Einaudi lo portava a cena non nei ristoranti paludati, che ambedue non amavano, ma in certe piole ruspanti che l’editore si vantava d’avere scoperto, dove facevano frittate alle erbe che suscitavano antiche memorie famigliari. Anche quando ha cambiato editore ha continuato a mandare cartoline affettuose (da Parigi, una rara immagine di Céline con il celebre gatto Bébert, sapendomi suo cultore), auguri a Natale e alle feste comandate, su biglietti azzurri e inchiostri a tono. Suo dono di nozze, un boccale in peltro del ‘700 che portava incise, guarda caso, le iniziali degli sposi. Ci tengo le penne, e ogni volta che ne apro una penso con affetto a quello zio incantevole, così internazionale, così torinese.

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