Per un umanesimo scientifico. Un ricordo di Paolo Boringhieri, a cento anni dalla nascita

Non so se Italo Calvino abbia pensato a Paolo Boringhieri, di cui il 4 luglio si sono ricordati i cento anni dalla nascita, creando il suo Cavaliere inesistente. Entrando in Einaudi alla fine degli anni ‘40, avevano diviso una stanza dell’ufficio di via Biancamano, e poche, avare parole. Il più schivo e riservato dei nostri editori, il silenzioso gentiluomo svizzero che ha portato la grande scienza in Italia, esisteva eccome, ma tutto nascosto e come trincerato nella corazza del suo mestiere, risolto nell’impegno del fare quotidiano, nell’etica calvinista del lavoro ben fatto. Schermato dal sorriso difensivo, era l’esatto contrario dell’editore mattatore-domatore-protagonista. Come Calvino, aveva l’ambizione di passare inosservato, detestava i turgori dell’Io impennacchiato,  avrebbe detto Gadda. Gli interessavano piuttosto gli abissi dell’inconscio. Dalla metà degli anni ’60 il prudente, parsimonioso Boringhieri si lancia in una coraggiosa sfida imprenditoriale: pubblicherà la migliore edizione delle Opere complete di Freud e di Jung disponibile in Europa, e tanti altri maestri della psicologia e psicoanalisi.

Impossibile trovare negli archivi interviste, dichiarazioni d’intenti, persino una fotografia. Nel ricordare i suoi più stretti collaboratori nel catalogo storico del 1956, lo stesso Giulio Einaudi se lo era dimenticato, anche se lo apprezzava molto, visto che gli aveva affidato come a un viceré le collane scientifiche, orgoglio della casa, anche se oscurate dai fumi del tormentato dibattito ideologico e politico.

Proprio a causa di un riserbo che non veniva meno nemmeno in famiglia, ha fatto una gran fatica sua figlia Giulia nel ricostruirne il lavoro in un bel libro, Per un umanesimo scientifico (Einaudi 2010), il cui titolo riprende la formula paterna: contribuire a saldare la tradizionale spaccatura tra cultura umanistica e cultura scientifica, abbattere lo stigma dell’idealismo crociano che aveva ridotto le scienze a semplici tecniche d’applicazione pratica. Presentando l’Autobiografia scientifica di Max Planck, il giovane editore ricordava che non ci possiamo più permettere di conoscere quel che pensano filosofi, artisti e politici ignorando quel che pensano gli scienziati.

I Boringhieri venivano da una tribù numerosa dalle parti di Zuoz, in Alta Engadina, che dalla fine del Settecento era migrata in varie città italiane per un commercio di dolciumi. Nel 1875 sono a Torino, dove aprono una innovativa fabbrica di birra. Ultimo di quattro figli, Paolo frequenta il liceo d’Azeglio, si appassiona alla fisica e alla musica (Beethoven, Mahler), legge molto, fa suo l’austero imprinting famigliare. Favorito dalla libertà di movimento che gli dà la cittadinanza svizzera, si impegna della Resistenza, diventa amico di Felice “Cicino” Balbo, leader del movimento dei catto-comunisti, figura socratica, vivo di una “continua approssimazione alla verità” (Calvino), di cui ammirerà sempre l’effervescenza e la libertà intellettuale.

È proprio Balbo a introdurlo nella Einaudi, che sta riprendendo la produzione tra molte difficoltà, e nell’agosto del 1950 deve affrontare anche il trauma della scomparsa di Pavese. Prima della guerra Einaudi aveva varato una collana scientifica pressochè unica, né divulgativa né specialistica, firmata dagli stessi protagonisti della ricerca e destinata a lettori medio-colti, che però stava languendo. Godendo di larga autonomia, Boringhieri ha mano libera nell’organizzare rigorosamente il lavoro sotto la sigla delle Edizioni Scientifiche Einaudi. Ha 51 titoli in magazzino, mira a una produzione di alto livello e lunga durata, che faccia catalogo. Niente facile divulgazione, che sa di “bignamini”. È lui stesso il migliore dei redattori e revisori, un perfezionista maniacale. Tra i nuovi traduttori spicca un giovane chimico, che lavora in una fabbrica di Settimo Torinese ma ha la passione della scrittura. Si chiama Primo Levi, e traduce impeccabilmente la Chimica organica del Gilman.

Quando nel 1956 la Einaudi in piena crisi finanziaria deve cedere le sue edizioni scientifiche, lievitate a 156 titoli (che comprendono anche la leggendaria collana viola di studi etnologi e religiosi cara a Pavese), Boringhieri è pronto a mettersi in proprio, e ha già trovato un logo suggestivo: un cielo di stelle stilizzate, scovato in un incunabolo cinquecentesco di teoria musicale. L’editore di una scienza pura e dura, che può vantare in catalogo autori come Einstein, Heisenberg, Pavlov, Wiener, Pauli, Oppenheimer, Born, Bohr, Feynman, Schrödinger, Gödel, Turing, Dyson, e una saggistica e manualistica di qualità, continua a essere affascinato dalle avventure di pensiero che non rientrano nelle categorie dominanti, e tanto meno nel marxismo.  Sotto la regia del filosofo Giorgio Colli vara un’impresa provocatoria, spiazzante, “inattuale”: quella “Enciclopedia di autori classici” che non è affatto un’enciclopedia: anticipa il mood dell’Adelphi, e ha il solo torto di essere in anticipo sui tempi. Gli autori vanno dai presocratici a Nietzsche, dagli illuministi a filosofi-scienziati come Goethe, Pascal, Buffon, Darwin, Boyle, passando per l’Oriente (le Upanisad, il canone buddhistico).

La severa grafica in bianco e nero di Enzo Mari interpreta bene il rigore delle scelte. Per trent’anni, sino al 1987, quando cede la maggioranza delle azioni a Giulio Bollati (scomparso prematuramente lui, nel 2009 la casa confluirà poi  nel gruppo GeMS), Boringhieri tiene la diritta la barra del timone. Come Einaudi, sa scegliere i collaboratori: lo psicoanalista Pier Francesco Galli, il filosofo e logico Michele Ranchetti, il fisico Luigi Radicati, il matematico Edoardo Vesentini, un giovane e brillante storico della scienza antica, Gian Arturo Ferrari, futuro governatore della galassia Mondadori, che firma una edizione di L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali  di Darwin. Renata Colorni mette nella curatela delle Opere di Freud la passione di una figlia, lo scrupolo di un filologo e l’eleganza di uno scrittore, e non si fa problemi nel dare sulla voce a Musatti, che il tedesco non lo sa tanto bene. I conflitti terminologici alla fine vengono risolti dal maestro con un grande mazzo di fiori.

Nella redazione di corso Vittorio Emanuele 86, alle spalle della statua al Re (mica tanto) Galantuomo, non volava una mosca. L’editore si aggirava cogitabondo nella penombra di sale spaziose, fiocamente illuminate da lampadine da 40 watt. Soffitti altissimi, palchetti di legno, stucchi, specchi, caminetti. In tono minore, sembravano un po’ i saloni lievemente impolverati del ballo finale del Gattopardo, gli interni de I Buddenbrook o di certi romanzi di Henry James. Lo aveva già detto Flaubert: “Siate borghesi nella vita per essere rivoluzionari nell’arte”.

 

“Il Sole 24 Ore”, 29 agosto 2021

 

 

 

 

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