Bobi e Memè: il congedo di Robert Calasso in due memoir

Grazie alla lunga consuetudine che aveva con gli dèi dell’antica Grecia e dell’India vedica, Roberto Calasso ha fatto in modo che la sua uscita dal teatro del mondo il 29 luglio coincidesse con l’apparizione in libreria di due mémoir che hanno la durezza e la trasparenza del quarzo. Il primo, Bobi, è dedicato a Roberto Bazlen, l’inafferrabile, elusivo pifferaio magico, co-fondatore dell’Adelphi con Luciano Foà, che gli è stato maestro; il secondo, Memè Scianca, è una rapsodia di ricordi dell’infanzia e prima adolescenza nella Firenze tra guerra e primo dopoguerra.

Cosa ha voluto dirci Calasso, con questo dittico così inusuale, in editoria, ma in realtà due metà della stessa mela? Guardandosi indietro, penso abbia voluto riaffermare l’intatta vitalità dell’idea Adelphi, così come Bazlen l’aveva pensata e lui sviluppata coerentemente e magnificamente; e dirci senza false modestie d’essere stato degno del suo impareggiabile maestro, troppo presto scomparso (1965, l’Adelphi aveva tre anni). Con il suo tipico gusto della sprezzatura (parola che gli era cara) si è divertito a occultare dietro i buffi e quasi derisori diminutivi dei due titoli un inimitabile percorso di vita, di cultura, di editoria, tutto nel segno della curiosità, della sfida all’inconoscibile, del rifiuto delle idee correnti.

Anche nei libri del congedo Calasso è rimasto fedele al suo modus operandi, che rifugge dalle rigidezze dell’organicità sistematica, per procedere per lampi, squarci, libere associazioni, divagazioni, tenute insieme da una sorta di connessione gravitazionale simile quella che governa i corpi celesti. Ecco dunque in Memè Scianca fotogrammi in bianco e nero sapientemente montati:  la famiglia in clandestinità, il padre famoso giurista,  condannato a morte per rappresaglia dopo l’assassinio del filosofo Gentile (sarà salvato dal console tedesco Wolf); la madre Melisenda Codignola, filologa classica, figlia del pedagogista Ernesto, fondatore della Nuova Italia; l’ospitale casa dei nonni sotto Fiesole, gli amici di famiglia (Giorgio Pasquali, Arnaldo Momigliano, il pittore Pasternak padre di Boris, La Pira che gli regala soldatini di piombo), il bosco come “foresta dei saperi segreti”, il gatto nero di pezza, i contadini, gli americani, l’odore pungente delle macerie, le macchine delle Mille Miglia, ma anche le letture capaci di accendere passioni destinate a durare una vita (Cime tempestose, Proust divorato  in originale a tredici anni). Con quelle, la scoperta decisiva: la parola è anzitutto suono, musica, magia, incanto.  Molto presto, decide che il suo vero nome è Memè Scianca, senza saperne nemmeno spiegare il perché. Memè è un soprannome un po’comico, alla Totò; Scianca rimanda ad una infermità. Poi qualcuno gli dirà, nomen omen, che in sanscrito shankha è la conchiglia usata per bere l’acqua.

Quando il ventenne iperculto Calasso incontra Bazlen a Roma, è chiaro che sono fatti l’uno per l’altro. L’inclassificabile, mercuriale intellettuale triestino in fuga dalla sua città è già diventato una leggenda vivente perché padroneggia magistralmente un continente letterario ignoto ai più, la Mitteleuropa. Non ama comparire, scrive poco, non pubblica niente, forse per orgoglio, perché non sopporta la vanità dell’esibizionismo che sta in ogni scrittura (è l’enigma su cui si è arrovellato anche il giovane Daniele Del Giudice ne Lo stadio di Wimbledon, Einaudi 1983). Ricercatissimo, ma anche sostanzialmente temuto per le troppe cose che sa: parlava di Kafka nel 1925, quando era morto da un anno e i suoi capolavori ancora inediti.

Le sue magie sono note. Consigliere di Adriano Olivetti, poi di Einaudi cui suggerisce tra l’altro di fare Musil, è lui che fa scoprire Svevo a Montale, quasi imponendoglielo, endorsement che si rivelerà decisivo; che valuta i versi delle Occasioni come se il poeta fosse un suo allievo, bacchettandolo quando è il caso (verrà ricambiato con un necrologio un po’ troppo banale). È lui a inoculare nel giovane Calasso l’impulso a cercar libri che siano altrettante sonde lanciate nell’ignoto, nelle plaghe del mistero. Dunque inglobando il tanto deprecato (negli anni ’60 e ’70) “irrazionale”, il pensiero religioso, la spiritualità orientale, persino i temibili gnostici.

Come si identificano i libri da fare? Bazlen diceva che devono mandare “il suono giusto”. Una questione di orecchio, stile, gusto, cultura, che non si può insegnare. Cercava la “primavoltità”, la scossa elettrica delle esperienze aurorali (è stato lui, manco a dirlo, a promuovere la conoscenza in Italia della psicoanalisi). Il progetto Adelphi (“faremo solo i libri che ci piacciono molto”) nasce controcorrente, in una congiuntura totalmente avversa, per dare forma a una pluralità di libri come se fossero un unico libro, come già avevano fatto Aldo Manuzio e Kurt Wolff.

Il paradosso di Bazlen era il padroneggiare l’universo senza muoversi dal letto in cui passava le giornate a leggere, con il suo “maglione norvegese marone scuro”, nell’appartamentino di Via Margutta, vivo nei libri degli altri, nel suo disarmato coraggio intellettuale. Un nomade integrale, che cercava di andare oltre la banale apparenza delle cose per sfiorare il mistero che incombe sul tutto.

Operando per sapienti carotaggi, montando efficacemente ricordi, pagine di diario, note, appunti volanti, pettegolezzi fulminanti, sorprendendo “Bobi” con una tenerezza quasi paterna nelle sue contraddizioni, sconforti, provocazioni, Calasso delinea un ritratto che è anche e soprattutto un autoritratto. È un ultimo, doppio dono rende più penoso il distacco, e se possibile ancora più grande l’ammirazione e la gratitudine del lettore. Sarà molto triste, sentiremo un gran vuoto, senza Memè Scianca.

 

Scrivi una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi utilizzare questi tag e attributi HTML:

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>