Il senso di Leonardo Sciascia per il mistero

In occasione del centenario della nascita di Leonardo Sciascia, il Comitato nazionale dei festeggiamenti presieduto da Emma Bonino ha pubblicato il volume Cento anni di Sciascia in sei parole, a cura di Francesco Izzo, che raccoglie una serie di saggi articolati su sei temi-chiave  particolarmente cari allo scrittore:terra, pane, donne, mistero, giustizia, diritto (Olschki, pp. 110, euro, 18,00). Qui di seguito il mio contributo, dedicato alla parola “Mistero”.

 

Calarsi nelle penombre dei misteri, con l’allegria del bracco che ha fiutato la pista, indagarli scrupolosamente, da capo a fondo, senza fretta. Era la condizione in cui Leonardo Sciascia si sentiva a proprio agio. L’illuminista che era in lui si sentiva offeso dalla trama di menzogne, frodi, inganni, falsificazioni e violenze di cui è intessuta la Storia. Tuttavia i crimini che producono contengono al loro interno piccole smagliature, nodi irrisolti, anomalie, intoppi, refusi. Nessun delitto è perfetto fino in fondo, nasconde nel suo DNA degli errori di sistema. Studiando le sue microscopiche imperfezioni, si può risalire dal particolare all’intero, trovare la chiave dello smascheramento finale, arrivare a una verità, magari momentanea, magari parziale, ma plausibile, utile in quel preciso momento.

In Sciascia non c’era l’ombra dell’ubris che fatalmente accompagna ogni riuscita, ogni conquista. Pronipote di Sherlock Holmes, discendente di Poe, cugino di Borges, non amava i massimi sistemi. Ne conosceva l’inutilità cognitiva, ne disprezzava la supponenza e la retorica che li accompagnano. Lavorava sui piccoli indizi, perché sapeva che Dio e il Diavolo si rivelano proprio lì. Su quelli applicava la sua lente, e procedeva per ingrandimenti successivi, attraverso una stringente concatenazione di deduzioni logiche, in un procedimento in cui tutto finiva per tenersi.

La qualità dell’investigazione era corroborata dalla qualità delle letture storiche e letterarie di cui si è sempre nutrito, e che brillano con particolare evidenza ne La morte dell’Inquisitore e nel Consiglio d’Egitto. “Crediamo di vivere, di esser veri, e non siamo che la proiezione, l’ombra di cose già scritte”, recita un suo famoso aforisma. La caccia alle cose già scritte in cui siamo già scritti anche noi è uno dei piaceri cui non ha mai rinunciato.

Sciascia è un indagatore pignolo, meticoloso, instancabile. Il gusto delle sue indagini è tanto più forte quanto più l’indizio crede di sfuggirgli nascondendosi negli anfratti dell’improbabile.  A sua volta, semina i suoi “gialli” di dettagli minuti, quasi invisibili, che sollecitano il lettore a superare se stesso. Cosa si può chiedere di più ad un autore, cioè, etimologicamente, a colui che aumenta? Si sentiva messo alla prova anche Italo Calvino, che ad ogni nuovo dattiloscritto che arrivava dalla Sicilia scriveva all’amico lettere che sono un capolavoro di intelligenza critica, ma anche un elenco di domande cui non riusciva a dare una risposta.

Nella lettera datata Parigi, 5 ottobre 1974, Calvino scrive: “Ho letto ieri Todo modo, dapprima un po’ insofferente per questi preti e queste messe e questa teologia, poi appassionandomici subito dal delitto in poi, sia per il giallo sia per la visione infernale dell’Italia democristiana che è quanto di più forte sia stato scritto in materia”. Calvino dichiara poi di aver seguito “con attenzione e divertimento la rete di citazioni letterarie e filosofiche” che gli sembra racchiudano le chiavi decisive, e in particolare i Pensieri di Pascal numerati dal 460 al 477.

Ora, la numerazione dei Pensieri varia a seconda delle edizioni e delle curatele, e il n. 460 citato nel romanzo non corrisponde a quello che Calvino ha trovato nelle edizioni da lui consultate, in cui peraltro c’è “un elogio delle lunettes che poteva andare benissimo nelle tue divagazioni sugli occhiali”. Si tratta di un caso oggettivo o di una trappola voluta? Segue una puntuale, articolata e vertiginosa serie di ipotesi su chi sia l’assassino, a testimonianza di quanto i sofisticati congegni di Sciascia lo abbiano coinvolto e intrigato. Alla fine conclude: “Sono sicuro che come già l’altra volta [una puntigliosa lettura de Il contesto, 1971] non confermerai né smentirai nessuna delle mie ipotesi”. Ipotesi che puntualmente si verificherà. Don Leonardo sapeva parlare anche con i suoi silenzi.

Non era la gratificazione di una soluzione condivisa quella che offriva. L’uomo che desiderava si dicesse di lui che contraddiceva e si contraddiceva aveva un’ambizione assai più alta: costringere ogni lettore a giocare una partita superiore alle proprie forze, perché si cresce solo così, giocando partite già perse, e imparando a giocare meglio la prossima.

 

 

 

 

 

 

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