Scoprire l’Islam. Silvia-Aisha e lo strano caso di Francesco d’Assisi

Il nostro progressivo degrado intellettuale e civile è arrivato al punto che per respingere le orde degli odiatori seriali, che con l’abituale finezza di pensiero e di linguaggio stanno dedicando a Silvia Romano appena rientrata in Italia le contumelie che si devono ai traditori e agli apostati, ci tocca usare l’artiglieria pesante, e rievocare un altro strano caso, avvenuto proprio ottocento anni fa. Se non si trattò di conversione, fu di sicuro un avvicinamento, un riconoscere le ragioni dell’altro, un tentativo di dialogo, persino un qualcosa di avvicinabile alla categoria della fascinazione.  

Il protagonista del formidabile episodio dell’incontro con il sultano Malek Al-Kamil è nientemeno che Francesco d’Assisi, colui che si pensava come Alter Christus, e su Cristo conduceva la sua corsa, gareggiando dichiaratamente con lui. Con questo non si vuole fare della Romano, che ha la libertà costituzionale di abbracciare la religione che vuole, una santa Chiara finita inopinatamente in partibus infidelium, partita per l’Africa e tornata indietro avvolta nella veste verde del jilbab , ma semplicemente dire che esistono contesti speciali che possono mutare sensibilmente il nostro modo di vedere le cose e la nostra sensibilità. 

Come è noto, il trentasettenne assisiate che nel giugno 1219, a tredici anni dalla sua conversione, parte su una nave mercantile per l’Oriente nel bel mezzo della quarta crociata, con gli eserciti cristiani che assediano Damietta, e riesce avventurosamente a raggiungere il Sultano approfittando di una tregua. Vuole convertirlo? Intende offrire un esempio di proselitismo ai suoi confratelli (alcuni dei quali, finiti in Marocco, s’erano fatti martirizzare per  avere ripetutamente e pesantemente offeso il Profeta)? Cerca il martirio? Nei tre giorni e nelle tre notti che rimane presso l’accampamento del Sultano, rifocillato, curato, ascoltato con rispetto, Francesco scopre molte cose. Che l’Arcinemico, descritto dai predicatori cristiani  come un sozzo diavolo, un cane immondo, era un sovrano liberal (non a caso nipote del magnanimo Saladino, che Dante mette nel Purgatorio, riconoscendogli l’onore delle armi morali), tollerante, tutt’altro che fondamentalista, che amava circondarsi di una piccola corte di giuristi e di teologi. Non sappiamo cosa i due si siano detti. Le fonti arabe accennano vagamente al passaggio di una sorta di sufi cristiano; Francesco, nemico del culto della personalità, a partire dalla propria, non ne ha mai parlato; i biografi hanno tirato l’acqua al loro mulino, a seconda di quanto chiedesse l’interesse momentaneo dell’Ordine e della Chiesa, arrivando perfino a inventarsi la prova del fuoco cui il santo avrebbe sfidato il Sultano. Restano alcuni fatti, alcune tracce che consentono qualche deduzione. 

Anzitutto, congedato dal Sultano che lo vorrebbe onorare di doni cortesemente respinti, Francesco rimane in Medio Oriente almeno sei mesi. È probabile che, munito di un lasciapassare, abbia potuto visitare Gerusalemme, ma anche qui le fonti tacciono. Se decide a tornare è perché dall’Italia arriva trafelato frate Stefano, il quale gli annuncia che l’Ordine è già lacerato da gravi contrasti, occorre che il Fondatore torni a mettere pace tra le fazioni. Il che avverrà, ma avverrà anche che Francesco, debilitato nel fisico e  nel morale, perché gli uomini son fatti di una tal pasta che con loro si può combinare assai poco, affidi la gestione dell’Ordine a quel gran manager che è frate Elia, e si ritiri a fare il Presidente emerito.

Del suo incontro con l’Islam ci rimangono alcuni lapsus significativi. Anzitutto l’ammirazione per la brillante idea pratica di convocare pubblicamente i fedeli a pregare cinque volte al giorno. Poi l’apprezzamento per i novantanove nomi attribuiti ad Allah, in cui la fede diventa ragione poetica. L’uomo che si autodefiniva “simplex, idiota et illetteratus” essendo l’esatto contrario delle tre qualifiche, era un gourmet di parole, ne conosceva il valore e il potenziale come il più consapevole degli scrittori. Da ultimo, nel Cantico di frate Sole, capolavoro fondativo della letteratura italiana, possiamo cogliere l’eco di un canto di lode al Creatore di tutte le cose composto da Abu al-Faith al-Wasiti, dove si parla del sole, della luce, dell’acqua, della terra, dei frutti miracolosi che produce: tutti altrettanti “segni per coloro che hanno fede”. 

Francesco avrà sicuramente appreso della considerazione che l’Islam riserva a Maryam, nel cui grembo Allah ha posto la sua parola, e a Issa suo figlio, dotato del dono di compiere miracoli. Figlio di lei, ma non di Dio, perché Dio non genera e non è generato. E sarà rimasto colpito da quel che unisce e avvicina le due fedi, più che da quello che le separa. Possiamo supporre che dell’Islam gli sia piaciuta proprio l’oltranza, la sottomissione totale del fedele al volere divino.

L’incontro di Damietta resterà per secoli un episodio isolato, perché i due protagonisti erano troppo avanti e  troppo diversi rispetto allo spirito del loro tempo, ma non è un caso che, ottocento anni dopo, dovendo riavviare il dialogo con l’Islam proprio a quello si siano rifatti prima Benedetto XVI e poi Francesco, che nel febbraio 2019 ha sottoscritto a Dubai con il Grande Imam di Al-Azhar Al-Tayyeb un documento intitolato alla Fratellanza umana, in cui si dichiara di adottare “la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”.

Dobbiamo anche dirci, in conclusione, che la radicalizzazione dell’Islam, la sua metamorfosi guerriera e aggressiva sono il frutto sciagurato delle Crociate. Ce lo spiega benissimo Steven Runciman, lo storico inglese delle Crociate (Einaudi). Agli inizi l’Islam non era intollerante. Maometto stesso pensava che gli ebrei e i cristiani avessero ricevuto una rivelazione parziale e perciò non dovessero venire perseguitati. Sotto i primi califfi i cristiani ebbero una posizione di rilievo nella società araba: i pensatori e gli scrittori degli inizi erano cristiani e  diedero un impulso intellettuale utile perché i musulmani, con la loro fiducia nella parola di Dio, trascritta una volta per sempre nel Corano, avevano la tendenza a irrigidire il proprio pensiero, che non si è mai evoluto. Nemmeno la rivalità del califfato con Bisanzio era priva di rapporti amichevoli. Studiosi e tecnici andavano e venivano con reciproco vantaggio. La guerra santa iniziata dai Franchi distrusse questi buoni rapporti. La feroce intolleranza mostrata dai Crociati ebbe come risposta una crescente intolleranza da parte mussulmana. Il senso di umanità del Saladino e della sua famiglia divenne presto raro. I mamelucchi  si dimostrarono non meno rigidi dei Franchi. I musulmani si rinchiusero dietro la cortina della fede e divennero sempre più intolleranti. Non minori furono i danni prodotti alla cristianità orientale. Dalla presa di Costantinopoli in avanti, furono i Crociati stessi a distruggere deliberatamente le difese del mondo cristiano e a permettere agli infedeli di penetrare nel cuore dell’Europa, oltre che di abbandonare alla persecuzione gli innocenti cristiani dei Balcani, dell’Anatolia e della Siria. 

Il vero delitto dei Crociati, conclude Runciman, fu una grave ignoranza del contesto medio-orientale e una mancanza di visione generale del mondo. Ancora a secoli di distanza, sono i loro lontani discendenti a pagare, come sempre accade, il prezzo pesantissimo di quegli episodi tragicamente distruttivi. 

 

Huffington Post, 11 maggio 2020

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