Se la democrazia reale va in terapia intensiva

Infelice un paese che ha bisogno di troppe leggi, e poi non riesce a farle rispettare perché sono ambigue, farraginose e contraddittorie, e quando ci prova lo fa con una rigidezza persecutoria che vede in ogni cittadino un delinquente nato (nulla dà più piacere come l’esercitare un potere anche piccolo secondo il proprio arbitrio). Tra le vittime della pandemia non rilevate dalle statistiche c’è il buonsenso. È anche troppo facile sbeffeggiare in rete certe incongruenze, per cui malgrado i tanti comitati di esperti 16 persone possono entrare in un autobus di 40 mq., ma in un negozio delle stesse dimensioni solo una alla volta, e nessuna nei grandi spazi delle chiese. Resta l’impressione che i nostri reggitori vivano in una realtà astratta e separata, minutamente classificata in una serie interminabile di categorie che per voler prevedere tutto producono assurdità incomprensibili. Non c’è che da scegliere. Si riaprono le aziende ma i consumi non possono ripartire perché molti negozi restano chiusi. Si annuncia il prezzo calmierato delle mascherine ma la filiera italiana non si è ancora messa in moto, e dunque non le si trova in farmacia. Si incentiva l’uso delle biciclette ma i negozi che le vendono non sono aperti. Nei supermercati c’è voluta una specifica (e tardiva) ordinanza regionale per consentire la vendita dei pennarelli per i bambini  reclusi, ma non si può acquistare una lampadina, un cavatappi o un paio di calze. Nei negozi dei fiorai si possono comperare piante e fiori, ma non fiori artificiali, vasi o altri accessori. In spiaggia sì ma solo sotto casa (?), e non bisogna sedersi sulla sabbia. Sull’immancabile autocertificazione basta scrivere che si va dagli “affetti stabili” ma senza specificare. Cosa può controllare il tutore dell’ordine, ammesso che non abbia niente di meglio da fare? L’autocertificazione serve solo a far vendere più carta e inchiostri per stampanti? Ai calciatori sono vietati gli allenamenti collettivi malgrado i centri sportivi delle loro società abbondino di campi e di spazi. Per non parlare della disastrosa gestione dei tamponi, il nostro nuovo otto settembre.

Si è presto capito che i focolai più pericolosi si annidano in ospedali, RSA e appartamenti, ma sino a ieri abbiamo criminalizzato parchi, giardini e spazi aperti, e inseguito i runner con i droni, anche se il professor Giovanni Rezza ci ha spiegato che d’estate le cose vanno meglio non perché il virus soffra il caldo, ma perché stiamo di più all’aria aperta, e i medici raccomandano aria e sole per migliorare le difese immunitarie. Adesso in ogni caso non potremo sederci sulle panchine (chissà se gli anziani potranno portarsi dietro uno sgabello pieghevole). Potremmo andare nelle seconde case, decongestionando le città e correndo meno rischi in località poco affollate, dove fare la spesa è più semplice, e c’è un maggior controllo sociale. Vietato anche quello. 

Tutto questo ci fa percepire la macchina statale e regionale, già carente di suo, come un’entità opaca, non credibile, inutilmente burocratica e vessatoria. Ci sentiamo autorizzati ad aggirarla. Se non esiste un rapporto fiduciario tra chi emana le leggi e chi le deve rispettare, non basterà una iperproduzione di norme a far funzionare una società. Guariremo dal virus, ma la democrazia reale andrà in terapia intensiva. L’unica certezza che la scienza ci dà è che altre pandemie seguiranno, bisognerebbe attrezzarsi per tempo, ma chi sarà in grado di farlo per davvero? Purtroppo la frenetica corsa ai vaccini non prevede la produzione di quello che sarebbe più necessario: il buonsenso del padre di famiglia, appunto. 

“La Stampa”, 4 maggio 2020

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