Rodari nei “Meridiani”, la vittoria della fantasia come scienza civile

È toccato a Gianni Rodari, a cento anni dalla nascita e quaranta dalla scomparsa, il destino di un altro geniale innovatore, Carlo Collodi: ignorato in vita dalla critica, poi assurto agli onori del classico imperituro. A settembre la lunga rivincita di Rodari come grande scrittore senza altre specificazioni si celebrerà definitivamente nelle 1.800 pagine del “Meridiano” Mondadori amorosamente allestito da Daniela Marcheschi. Forse bisognerebbe istituire accanto al Dantedì anche un RodariDay.  Forse ad ogni cittadino che compie la maggiore età bisognerebbe consegnare, insieme a una copia della Costituzione e a I sommersi e i salvati di Primo Levi, anche La grammatica della fantasia (1974). Perché le sue istruzioni per trasformare il meccano delle parole in strumenti di conoscenza attiva sono anche un manuale di vita democratica. 

Funambolo circense, facendoti ridere a bocca aperta Rodari formava uomini liberi. Spiegava che la fantasia deve per prima cosa essere una scienza, una tecnica rigorosa. Raccontava storie che sembrano non avere riferimento con la realtà e invece parlano proprio di quella, solo che ti insegnano a vederla per quella che è veramente. La rima, la filastrocca, l’associazione casuale, l’errore linguistico, l’assurdo, il paradosso, i ricalchi, i remake, l’insalata di favole e personaggi, l’uso del “come se”, sono tutte cose che avevamo sotto il naso, ma lui le ha trasformate in grimaldelli per aprire spazi di verità. Si divertiva a far deragliare i treni della banalità, dei luoghi comuni.  Il suo motto: “Tutti gli usi della parola a tutti…Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. 

Ce n’è voluto per capire quanto impegno civile si nascondesse nell’impeccabile divertimento dei suoi giochi, quasi inammissibili in un paese serioso ma non serio. Figlio di un fornaio di Omegna che muore quando lui ha nove anni, maestro nel 1941, arriva alla redazione milanese de “l’Unità” nel 1947. Nel 1950 gli affidano la direzione de “Il Pioniere”, settimanale per ragazzi che vedersela con due corazzate, “Topolino” e il cattolicissimo “Vittorioso”. I malmostosi dogmatici del Partito non lo amano.  Si prende dei rabbuffi da Nilde Jotti e da Togliatti. Anni dopo dirà che lo trovavano “poco divertente, poco progressivo, poco tutto”. 

All’inizio degli anni ’60 finalmente l’approdo da Einaudi e un successo immediato e travolgente: Filastrocche in cielo e in terra, Favole al telefono, Il libro degli errori. Con Bruno Munari, illustratore congeniale dei suoi libri e con il maestro Mario Lodi compone una triade che infiamma letteralmente la scuola italiana. Generazioni di maestre lo idolatrano. Il suo funambolismo combinatorio è della stessa pasta di quello di Italo Calvino, Primo Levi, Umberto Eco, anche loro attentissimi ai cortocircuiti verbali, alle potenzialità che si nascondono nelle parole. Apologhi come C’era due volte il barone Lamberto (1978) sono vicini a quelli “politici” di Calvino. Divide con Levi l’importanza di imparare attraverso gli  errori. 

Ha scritto Calvino: “Poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua”. Temo che Rodari non si sia mai potuto permettere il lusso di essere gaio. Ha sempre dovuto battersi, faticare come un contadino. Lo stesso humour pirotecnico e bertoldesco delle lettere a Einaudi (chiamato via via sire, eccellenza, don, monsignore, Sua eminenza, cardinale, comandante, generalissimus, padrone, Toro Seduto, hidalgo editorial) era un modo per mascherare l’imbarazzo di dover chiedere. Recitava la parte del tapino di fronte all’autorità, adottava lo stile Totò: “Eccellenza, io trasecolo – anzi, se me lo permette, esorbito. Ella mi chiede, in caratteri dattilografici di stupefacente nitidezza e perfetta marginatura, notizie dei miei raccontini: i quali, viceversa, giacciono tuttora inevasi presso codesta Santa Sede…”

Adesso che ci può guardare  dall’empireo dei Meridiani, Rodari potrà ripagarsi scegliendo con chi scambiare quattro chiacchiere tra i  sommi che hanno dovuto attendere riconoscimenti postumi: Svevo, Proust, Musil…Per noi resta uno che ci ha cambiato la la fantasia, la testa, la vita, uno cui saremo sempre affettuosamente grati.

“La Stampa”, 11 aprile 2020

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