Natalia, candida corsara

Pur avendo ottenuto abbastanza presto la statura di un classico contemporaneo, in occasione del centenario della nascita (2016) Natalia Ginzburg non ha avuto gli studi che meritava. Adesso colmano la lacuna un ricco numero monografico della rivista “Autografo” a cura di Maria Antonietta Grignani e Domenico Scarpa, con saggi, testimonianze e inediti (Interlinea, pp. 208, euro 20,00), e il ritratto biografico, amorevole ma senza sdolcinature agiografiche, che le dedica Sandra Petrignani  (La corsara, Neri Pozza, pp. 460, euro 18,00). Con pietas filiale l’autrice ha visitato i luoghi topici (Palermo, Torino, Pizzoli (il paese abruzzese del confino), Londra, Roma, ha inseguito amici e testimoni, rievocato figure chiave (Einaudi, Pavese, Felice Balbo, Garboli, Foa), i due mariti molto amati e morti giovani, Leone e  Gabriele Baldini) e riletto le opere alla ricerca dei temi portanti, riuscendo a  trovare un coinvolgente tono di racconto, in cui mette in scena anche se stessa senza esibizionismi.

Natalia ha sempre parlato di sé riuscendo a restare misteriosa. La bambina ombrosa, l’ultimogenita pressoché dimenticata dalla rumorosa e pittoresca famiglia che la chiamava Maria Temporala per via dei bronci, si è risarcita scrutando le ipocrisie del mondo degli adulti e restituendole oggettivamente con asciutta, feroce precisione, nel segno di una intransigente ricerca della verità che condivideva con Leone (una kantiana, la chiamava l’amica Elsa Morante). Ingenua e sapiente, modesta e spavalda, timida e proterva, laica ma credente in modo “caotico, tormentato e discontinuo”,  l’orgoglio di essere speciale e la vergogna di non essere come tutti, attraverso lutti e dolori l’ex insicura ha saputo diventare totemica come un’antica capotribù, e raccontare con accorato smarrimento il naufragio delle famiglie, l’inadeguatezza dei genitori, gli sbandamenti dei figli.

Con un linguaggio in apparenza normale, ma in realtà aristocratico e perentorio (Garboli) è diventata una opinionista tagliente che ha anticipato persino gli interventi corsari di Pasolini, a cui rimanda il titolo della Petrignani. Già in pieno neorealismo predicava la necessità di “tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi”. Nell’epoca della falsità dilaganti, le dobbiamo anche scuse postume.

 

(“La Stampa”, 4 marzo 2018)

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