Elogio dell’aumentatatore. La traduzione e la responsabilità della parola

È stato conferito a Roma  il Premio Italo-Tedesco di traduzione letteraria, giunto alla XI edizione, e organizzato dal Goethe-Institut e dal Centro per il libro e la lettura. Il riconoscimento è andato a Donata Berra per La guerra invernale in Tibet di Dürrenmatt (Adelphi) e, per gli esordienti, a Daria Biagi per Materia prima di Fauser (L’Orma editore). Qui di seguito il testo completo della relazione che mi è stata chiesta per l’occasione.

 

Le differenze linguistiche sono state sentite come una maledizione sin dai tempi più remoti, e la maledizione è attiva ancora oggi. A livello più o meno inconscio,  chi parla un’altra lingua è per molti lo straniero per per eccellenza; è l’estraneo, il diverso, il nemico potenziale. L’attrito linguistico degenera facilmente in attrito razziale e politico.

Per questo Primo Levi ha osservato che chi esercita il mestiere di traduttore o di interprete dovrebbe essere onorato in quanto si adopera a limitare i danni della maledizione di Babele. Non solo. Gli uomini stentano a capire che la pluralità è ricchezza, che in campo linguistico, come in quello biologico, le diversità -a saperle mettere a confronto- producono un notevole ampliamento della conoscenza che abbiamo di noi stessi, degli altri, del mondo in generale. Forse è anche per questo che la lingua tedesca ha coniato per designare un traduttore una parola che conferisce implicitamente una medaglia al valore. Il traduttore è un Übersetzer, un qualcuno che “pone sopra”, che aggiunge. Un aumentatore, proprio come l’autore, colui che per gli antichi romani pratica l’arte benefica dell’augere, dell’accrescere.

Non a caso le qualità che si richiedono a un traduttore hanno del sovrumano, come ci hanno ricordato Fruttero e Lucentini: 

“ A un traduttore si chiede di essere insieme, e a freddo,  Napoleone e il suo più infimo furiere, di avere lo sguardo d’aquila dell’uno e la maniacale pignoleria dell’altro. Gli si chiede di dominare non una lingua, ma tutto quello che sta dietro una lingua, vale a dire un’intera cultura, un intero mondo, un intero modo di vedere il mondo. E di saper annettere imperialisticamente questo mondo a un altro tutto diverso, trasferendo ogni sfumatura, registro, accenno, allusione, tonalità entro i nuovi confini. Gli si chiede infine di condurre a termine questa improba e tuttavia appassionata operazione senza farsi notare, senza mai salire sul podio o a cavallo. Gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui”. 

L’artista, il co-autore, l’aumentatore cui chiediamo sadicamente di rassegnarsi a vivere all’ombra dell’autore è un portatore di luce. È il custode della parola che vive con particolare intensità la responsabilità della parola. Di sicuro, finisce di saperla più lunga dell’autore. L’autore può permettersi di essere qualche volta distratto, o semplicemente non completamente consapevole di quello che sta facendo. Il traduttore non si può permettere questo lusso. Deve restare sul pezzo, come si dice. Affronta ogni parola, la pesa, la scruta, la considera come se dalle scelte che sta facendo dipendesse il destino del mondo. Ed è effettivamente così: tutti dovremmo usare le parole come se fossimo dei traduttori al lavoro: rigorosi, esigenti, incontentabili, mai soddisfatti delle soluzioni che hanno trovato

In un’epoca di parole irresponsabili, gettate al vento per ignoranza, sciatteria o volgare calcolo demagogico, il traduttore è qualcuno che vivendo e praticando la responsabilità della parola difende anche le dighe di una civiltà in crisi. Una crisi che è in primo luogo culturale, ed è questo che la rende particolarmente grave e pericolosa. La peste che avvelena il linguaggio e che già trent’anni fa Italo Calvino denunciava nelle sue Lezioni americane, non è qualcosa che riguarda solo i letterati: è una devastante malattia sociale.

Anche per questo siamo qui oggi: per festeggiare gli artigiani della parola che ci consentono di accedere a mondi che non sono i nostri, e che ci aiutano a confrontarli. Un confronto dal quale non possiamo che uscire arricchiti: più maturi, più consapevoli, più civili.

Noi siamo gli ultimi anelli  di una lunga catena genetica, ma siamo anche figli dei libri che hanno nutrito e plasmato nei secoli i nostri antenati e la nostra stessa immaginazione. Siamo anche figli delle traduzioni, di quelle eroiche, di quelle discutibili, di quelle sbagliate. Tutte concorrono a fare la storia della cultura che sentiamo come nostra. Non sapremmo rinunciare nemmeno ai titoli inesatti di alcuni grandi classici, che sono entrati a far parte della memoria e nel gusto collettivi. È ben vero che Der Zauberberg va tradotto La montagna magica, come ha fatto nel 2010 una traduttrice eccelsa quale Renata Colorni (ho avuto la fortuna di seguire personalmente, lavorando nella stessa casa editrice, la Boringhieri, le ultime tappe del suo magistrale lavoro sulle opere complete di Sigmund Freud e anche i suoi epici scontri con Cesare Musatti, il fondatore della psicoanalisi italiana che dirigeva l’edizione ma non sapeva il tedesco bene quanto lei). Ma come rinunciare a La montagna incantata, che ci è diventata così abituale da sentirla come qualcosa che appartiene a un patrimonio familiare?

È ben vero che il più famoso e perturbante dei racconti di Kafka, Die Verwandlung, andrebbe  tradotto con La trasformazione, una voce più tecnica, freddamente oggettiva, come ci si può aspettare da un distinto funzionario che lavora al ramo infortuni delle Assicurazioni Generali, sede di Praga. Ma come rinunciare alla metamorfosi, che si carica di tutte le possibili reminiscenze ovidiane e fa ascendere la triste vicenda alle sfere atemporali del mito?

Il vasto campo della traduzione investe tantissime cose e non si nega nemmeno al romanzesco. Una delle vicende più gustose in cui si può imbattere chi voglia fare una storia delle traduzioni è quella che riguarda la prima traduzione italiana de I dolori del giovane Werther: una storia che avrebbe potuto ingolosire narratori come Joseph Roth, Arthur Schnitzler o Stephan Zweig. Ebbene, questa prima traduzione non esce in Italia, ma in Svizzera, a Poschiavo, nei  Grigioni italiani, otto anni dopo l’edizione originale, perché l’arcivescovo di Milano ne aveva proibito la pubblicazione, annunciando unaimmediata confisca ove un qualche stampatore avesse osato contravvenire ai suoi divieti. Dietro l’edizione poschiavina c’è uno sponsor colto, un mecenate amante delle arti, che della cittadina retica era anche sindaco: il barone Tommaso Francesco Maria De Bassus, affiliato alla loggia massonica degli illuminati di Baviera, di cui faceva parte anche Goethe, il cui nome in codice era Abaris. Il barone si era invece autobattezzato Annibale, perché vedeva se stesso come un attraversatore di Alpi. 

Erede di un lascito favoloso, De Bassus aveva portato a Poschiavo un bravo tipografo bergamasco della Val Brembana, Francesco Ambrosioni, che vi era arrivato nel 1787, attirato da un’offerta economica di quelle che non si potevano rifiutare, anche se la cittadina ai piedi del Bernina non era propriamente il luogo ideale per una attività imprenditoriale, poiché la sua marginalità comportava alte spese di trasporto delle materie prime necessarie a una piccola industria. Poschiavo era stata sin dall’età della Riforma un centro attivo nella pubblicazione di testi ereticali o quantomeno sospetti, e rifugio di simpatizzanti della Riforma invisi alle autorità ecclesiastiche della penisola. Fatto sta che anche dalla bottega dell’Ambrosioni uscivano quelli che il Prevosto della città retica bollava come “libercoli scelerati”.

Nel frontespizio, il romanzo veniva presentato come “Opera di sentimento del dottor Goethe celebre scrittore tedesco tradotta da Gaetano Grassi milanese, Con l’aggiunta di un’apologia in favore dell’opera medesima”. Erano 210 pagine in 8°. Questo Gaetano Grassi milanese non aveva condotto un lavoro propriamente esemplare: aveva tradotto dal francese e il testo risulta zeppo di omissioni, modifiche e imprecisioni. Tuttavia il traduttore non aveva omesso i passi giudicati più pericolosi. L’interdetto delle autorità religiose colpiva le passioni smodate e infine il suicidio del protagonista. Nella sua postfazione il Grassi arrivava invece a giustificarne il gesto estremo invocando per lui comprensione e clemenza. 

In una lettera a Charlotte von Stein, Goethe si lamenterà della scarsa qualità della traduzione. Figurarsi se il maestro della Weltiteratur, uso a comparare le più diverse realtà culturali, ivi incluse la persiana e l’araba, poteva tollerare un lavoro tirato via alla meno peggio. Goethe aveva colto perfettamente il significato politico della traduzione: a lui premeva definire un’identità linguistica e culturale attraverso il confronto con sistemi altri.  Possiamo arrivare a dire che a lui, come ai romantici, interessavano più le differenze irriducibili che le somiglianze. Trasformava un limite in una forza conoscitiva.

Ma come diffondere il Werther in Italia? Il bravo tipografo ebbe una vera alzata d’ingegno: avrebbe spedito il volume per il tramite delle poste svizzere e non a caso la traduzione portava una dedicatoria, molto lusinghiera, indirizzata al sovrintendente zurighese delle medesime poste. Il quale, lusingato, si mise a disposizione.

Questa astuzia non bastò tuttavia ad eludere lo zelo censorio dell’arcivescovo, il quale spedì gli ecclesiastici delle sue parrocchie a comperare tutte le copie disponibili che avessero trovato nelle librerie, per poi distruggerle immediatamente. Questo spiega perché è praticamente impossibile trovare sul mercato antiquario una copia dell’edizione poschiavina. 

Con l’avvento di Napoleone, la traduzione del Grassi arriverà a Milano solo nel 1800, e a Firenze e Livorno nel 1808, ma altri nel frattempo vi si erano cimentati, come il dottor Michael Salom, che aveva pubblicato la sua versione a Venezia nel 1788, dopo averla scrupolosamente inviata all’autore per approvazione. Ma il maestro se ne era irritato: fra traduttori maldestri e traduttori ansiosi, in caccia di gratificazioni, non ne poteva più. Scrisse da Roma: 

“La gente mi secca anche con le traduzioni del mio Werther; e me le fanno vedere, e mi domandano se tutta quella storia è vera. Questo Werther è un guaio che mi perseguiterebbe sin delle Indie”.

Goethe non ebbe invece modo di seguire le vicende delle traduzioni italiane del Faust, 21 in tutto, dalla prima di Giovita Scalvini, Milano 1835, dunque tre anni dopo la morte di Goethe, alla più recente che è quella di Andrea Casalegno, Garzanti 1990. Di queste, 12 sono integrali e nove parziali. Nell’Ottocento, solo due furono le versioni integrali, che salgono a 10 nel Novecento, per un totale di 12. Da notare che 14 traduzioni sono in versi e 6 in prosa.

Anche la prima versione nel Faust, o per meglio dire della sola prima parte del Faust, nasce all’estero. Scalvini la scrisse in esilio a Londra, dove si trovava sin dal 1822, perché aveva dovuto pagare le cospirazioni politiche anti-austriache che lo avevano visto a fianco del Pellico e del Confalonieri. La sua traduzione riscosse i giudizi favorevoli di Mazzini, di Gioberti, e giù giù sino a Riccardo Bacchelli e Benedetto Croce. 

Scalvini l’aveva eseguita con tecnica mista, per così dire: alcune parti erano tradotte in versi, e risultarono le migliori (canzone del Re di Tule, il coro degli spiriti, la canzone del topo); altre in prosa, con minore vivacità e scioltezza, soprattutto nei dialoghi. Il Tommaseo osservò un po ‘ acidamente che il lungo soggiorno all’estero e un eccesso di cultura libresca avevano allontanato il povero esule dalla consuetudine con la lingua viva. 

Dovettero passare vent’anni perché il genovese Giuseppe Gazzino completasse la versione di Scalvini traducendo anche la seconda parte del poema per Le Monnier, Firenze 1857. 

Tra quanti si cimentarono principalmente per proprio diletto a tradurre almeno qualche parte del Faust c’è persino Francesco de Sanctis, che si era provato con le prime scene della seconda parte del poema intorno al 1860. Sarà poi Benedetto Croce a pubblicare quei tentativi nel 1914.

Per trovare un traduttore che volga da solo in italiano l’opera nella sua interezza bisogna arrivare al 1932, quando  Guido Manacorda traduce il Faust per i classici Mondadori. È la versione più nota e pubblicata più volte, e dotata di un ampio commento. Così come avuto ampia fortuna la versione di Vincenzo Errante per Sansoni, Firenze 1941-42. Errante, che ebbe la cattedra di letteratura tedesca all’università di Pavia e poi a quella di Milano, e amava interpretare Goethe alla luce del superuomo di Nietzsche, fu definito da Valentino Bompiani “un barone siciliano che traduceva Goethe in versi dannunziani”.

Confidava Errante ad un amico: “Ho compiuto la traduzione in versi della prima parte del Faust in cento giorni e cento notti. Ma erano trent’anni che la maturavo in me. Sono raggiante di felicità per i risultati raggiunti…”

Vorrei concludere questa breve rassegna con l’unica traduzione integrale fatta da una donna, sia pure in prosa. È quella di una illustre scrittrice e critica, anche fortemente impegnata nella militanza antifascista, tanto da finire arrestata con Leone Ginzburg e incarcerata per alcuni mesi: Barbara Allason, che aveva studiato a Napoli e aveva poi raggiunto la sua piena maturazione culturale e professionale a Torino.

Non è solo l’edizione poschiavina del Werther a offrirci spunti romanzeschi. Si può fare una detective story persino con un po’ di filologia applicata alla nobile arte della traduzione. È quello che ha fatto Adriano Sofri in un libro uscito qualche mese fa da Sellerio, e che caldamente consiglio a chi non lo avesse ancora letto. Si intitola Una variazione di Kafka, e prende avvio quando all’autore acquista su una bancarella al prezzo di € 2 una copia de La metamorfosi nell’edizione della gloriosa BUR, 24ª ristampa 2001, traduzione di Anita Rho,  testo originale a fronte. 

Arrivato a  pagina 92 Sofri si imbatte in qualcosa che non funziona  anche per chi come lui dichiara di essere un eterno apprendista del tedesco: laddove la traduzione parla dei “riflessi lividi della tranvia elettrica” (cioè di una Strassenbahn) sul soffitto della  stanza in cui il povero Gregor, trasformato in “enorme insetto”, si trova prigioniero, il testo originale a fronte parla di lampioni, di electrischen Strassenlampen. Possibile che la grande Anita Rho, e con lei, come Sofri, accerterà vari traduttori di mezza Europa, abbia potuto prendere un tale abbaglio, scambiare un lampione per un tram? 

Prende così avvio un piccolo giallo filologico che non voglio raccontare per non guastare il piacere di chi vorrà leggerlo. Dico soltanto che nella complicata vicenda internazionale delle traduzioni del racconto, negli anni trenta compare anche Jorge Luis Borges, ma ci fa una figura un po’ imbarazzante.

Di Borges è rimasta famosa una battuta: “L’originale è infedele alla traduzione”. Spiegava:  “Io non sono di quelli del pregiudizio mistico per cui ogni traduzione è inferiore all’originale. Molte volte ho verificato, o ho avuto ragione di sospettare, è esattamente il contrario”. E aggiungeva che la prima volta che aveva letto il Don Chisciotte in spagnolo gli era sembrata “una cattiva traduzione”. Ora, è vero che ci sono scrittori che scrivono male, come Dostoevskij, e che un traduttore può essere tentato dal migliorarlo d’ufficio, ma  come sempre i paradossi di Borges producono un effetto spiazzante che aiuta il lettore a mettere in discussione le certezze che credeva di avere acquisito. 

Borges è anche autore di una bellissima poesia in lode della lingua tedesca, con la quale vorrei congedarmi da voi.

La lingua castigliana è il mio destino,

Il bronzo di Francisco de Quevedo,

ma nella lenta notte camminata

mi esaltano altre musiche più intime.

Una mi è stata data dal mio sangue –

voce di Shakespeare e della Scrittura –

altre dal caso, sempre generoso.

Te, invece, dolce lingua di Germania,

ti ho scelta e ti ho cercata, solitario.

Attraverso grammatiche e nottate,

il dizionario che non centra mai

l’esatta sfumatura, l’ardua giungla

delle declinazioni, venni a te.

Le mie notti son piene di Virgilio,

ho detto altrove, avrei potuto dire

di Hölderlin e di Angelus Silesius.

Heine mi ha dato i suoi alti usignoli;

Goethe, la sorte di un tardivo amore,

insieme mercenario e indulgente;

Keller, la rosa che una mano lascia

nella mano di un morto che l’amava

e che non saprà mai se è bianca o rossa.

Sei tu il tuo capolavoro, lingua

di Germania, per l’intrecciato amore

dei termini composti, le vocali

aperte, per i suoni che permettono

lo studioso esametro del greco

e il tuo rumore di selve e di notti.

Ti ho avuta qualche volta. Oggi, al confine

degli anni affaticati, ti intravedo

lontana come l’algebra e la luna.

Roma, 30 maggio 2018

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