I turbolenti anni romani di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1599-1606) hanno contribuito a fissare la leggenda dell’artista maledetto, di sangue troppo acceso, coinvolto di continuo in risse, zuffe, provocazioni, fatti di sangue, e spesso ospite delle prigioni di Tor di Nona. Nel dossier criminale del maestro spicca l’agguato perpetrato in piazza Navona la sera del 29 luglio 1605 ai danni del notaio Mariano Pasqualoni, in forze presso il Tribunale del Vicario, e dunque figura di rilievo nella casta. Mentre stava passeggiando con un amico, era stato aggredito alle spalle e colpito da una piattonata alla testa da un uomo avvolto in un ampio mantello, che in tre balzi di era messo in salvo nel vicino palazzo del cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte, collezionista e mecenate, nonché protettore del pittore. Sull’aggressore il notaio non aveva dubbi: era il Merisi, con il quale un mese prima aveva avuto un violento alterco in via del Corso a causa della donna di lui, tale Lena, cui avevano assistito in molti. Non solo: il “pittoraccio” era accusato di avere imbrattato nel frattempo la casa di due donne, Laura e Isabella, affacciata sulla stessa via del Corso, centro della vita sociale dell’epoca.
Già venticinque anni fa Riccardo Bassani, in collaborazione con Fiora Bellini, in Caravaggio assassino (Donzelli) aveva messo in relazione le turbolenze caratteriali del maestro lombardo con uno dei suoi capolavori più discussi e anzi scandalosi: quella Madonna di Loreto, detta dei pellegrini, di carnale imponenza, che accoglie due viandanti male in arnese sulla soglia di casa, reggendo in braccia un esuberante bambino sui tre anni. Una Maria plebea, sideralmente lontana dai compostissimi canoni della tradizione, che aveva suscitato “estremo schiamazzo” nel popolo, ed era stata prontamente rimossa dall’altare cui era destinata. Anche perché tutti avevano potuto riconoscere nella modella una delle più note cortigiane della città, Maddalena Antognetti, detta Lena, o anche “La Roscina” per via della chioma ramata. E questo in spregio alle norme tridentine che vietavano ai pittori di utilizzare le meretrici per raffigurare sante o eroine.
Ma chi era costei, da quale famiglia veniva, in quali ambienti si muoveva, quali erano le sue relazioni? Bassani ha continuato alacremente i suoi scavi, principalmente presso l‘Archivio Storico del Vicariato di Roma e l’Archivio di Stato di Roma, accumulando interrogatori, querele, testimonianze, registri parrocchiali, contratti, testamenti, inventari. Una documentazione sostanziosa e per lo più inedita, ora offerta in un dossier di 160 pagine che completa questo suo nuovo, intrigante volume. Ne è venuta fuori una detective story che è in grado collegare per la prima volta i tre fattacci sopra ricordati (La donna del Caravaggio, Donzelli). L’indagine parte dalle sfortunate vicende delle sorelle Antognetti prostitute di buona famiglia (accanto a Lena, sempre un po’ succube, c’è la coraggiosa Amabilia detta Pilla) per allargarsi all’intera società del tempo, in uno soffocante intreccio di sesso, affari e repressione. Un torbido sottomondo notturno cui si incrociano papi nepotisti, cardinali infoiati, alti prelati, ambasciatori, giovani patrizi di mezza Italia, clienti, delatori, spie, pittori in cerca di commesse, bargelli arroganti, sicuri della loro impunità, piccoli don Rodrigo “de noantri
Nella sua postfazione, Fiora Bellini rintraccia Maddalena in sette quadri caravaggeschi, ma rimane il dubbio che l’incantevole Santa Caterina del Museo Thyssen-Bornemisza non sia piuttosto la celebre collega Fillide Melandroni o la tenerissima Maria del Riposo nella fuga in Egitto (alla Galleria Doria Pamphilj) un’altra nota cortigiana, Anna Bianchini. Resta il fatto che le relazioni del Caravaggio con le “cortigiane oneste” non configurano soltanto un drammatico novellino biografico, di quelli che piacevano a Stendhal, ma investono direttamente le sue concezioni artistiche e la ricezione delle opere.
Se il pittore aggredisce il notaio o le donne di via del Corso che irridono la cortigiana dipinta come madre di Dio, non è tanto per difendere quella che passa per la sua donna, ma per rivendicare furiosamente le ragioni stesse della sua arte. Il vero scandalo non sono i suoi comportamenti, è quell’”imitar bene le cose naturali”, far esalare il sacro da una fisicità dimessa, perlopiù offesa e tormentata. È la rivelazione della vita nelle sue evidenze più crude, nella sua trionfante carnalità. È il rifiuto sdegnoso di un uso “politico” dell’arte in cui santi e madonne finiscono sterilizzati e congelati in finzioni eleganti ed astratte, quanto lontane dalle verità dell’umano. È questo il suo stigma imperdonabile.
Per Caravaggio lo spirito nasce da una lotta, è un corpo a corpo, una fatica immane: è quasi un destino. Per sua fortuna, ha potuto contare su committenti illuminati, come appunto i cardinali Del Monte e Montalto, o il giovane fiorentino Ainolfo de Bardi, che pur facendo parte dell’establishment sono stati in grado di salvarlo dalle situazioni rischiose in cui egli stesso si cacciava. Lesto di coltello e fumantino come si ritrovava, il Merisi è stato la prima vittima di una società corrotta, ben più violenta di lui, ma non se ne è lasciato piegare.
“Il Sole 24 Ore”, 28 novembre 2021