Gianni Celati, o la grazia del viaggiatore solitario

Per tutta la sua lunga vita, che si è conclusa il 3 gennaio a Brighton, dove da trent’anni aveva fissato la sua residenza, Gianni Celati ha sempre corso, metaforicamente e non, con il passo spedito del jogger, con la grazia leggera ed elegante degli elfi. Come l’amato Céline, avrebbe voluto essere dappertutto. Magro, sottile, bellissime mani, voce profonda con cui enunciava con fervida compostezza i tanti progetti, le utopie, persino le delusioni che gli accendevano la voglia a rimettersi in gioco, avrebbe potuto essere un attore del cinema francese o inglese, tipi riflessivi alla Trintignant o alla Dirk Bogarde. Ma forse il vero imprinting glielo avevano fornito i grandi comici del cinema americano, Buster Keaton, Harry Langdon, Stan Laurel, con le loro maschere malinconiche e metafisiche di personaggi alla Beckett.

Non a caso, esordendo presso Einaudi nel 1971 con Comiche, aveva confessato all’amico Calvino, fratello maggiore e complice per un lungo tratto, che avrebbe voluto produrre per iscritto l’effetto di una smorfia di Stanlio, dove il gesto linguistico diventa gesto fisico. La sola cosa che gli interessava, aggiungeva, era la bagarre, “quando tutti si picchiano, tutto scoppia, crolla, i ruoli si confondono, il mondo si mostra per quello che è, cioè isterico e paranoico, e insomma si ha un impazzimento generale”. E allora l’unico modo per renderlo era inventarsi un linguaggio che riproducesse proprio quegli scarti, quelle bizzarrie, attraverso il falsetto delle libere associazioni, i giochi di parole, i balbettii, gli anacoluti. Come se solo deformando il linguaggio si potesse arrivare a un senso nascosto.

L’erranza, il nomadismo, il gusto del movimento e del viaggio erano inscritti nel codice genetico della sua famiglia ferrarese. Il padre, dipendente della Banca d’Italia, aveva girato mezza Italia, da Sondrio (dove Gianni era nato nel 1937) a Trapani, da Belluno a Bologna. È lì che il giovane Celati aveva compiuto i suoi studi, intrecciando letteratura (una laurea su Joyce), linguistica, logica (dichiarandosene poi incompetente, ma continuando a frequentare Wittgenstein), strutturalismo, psichiatria (da lì, appunto, l’interesse per il linguaggio della follia, tutto da decifrare e interpretare, come quello dei sogni). Poi tanti viaggi, incursioni, dialoghi febbrili, curiosità onnivore.

Aveva studiato, vissuto e insegnato un po’ dappertutto, a Londra e negli Stati Uniti (alla Cornell University ma anche in California), in Francia (dove aveva scoperto la Normandia, di cui adorava l’aria campagnola), l’Africa del Senegal e del Mali. Senza mai dimenticare la cattedra bolognese e la Padania, fedele com’era alle radici e alle amicizie. Sempre bravissimo nell’esserci senza mai apparire, nemico del presenzialismo, della tuttologia, dell’esibizionismo rockstar, delle rigidezze del razionalismo e dello storicismo, dell’attitudine consolatoria della narrativa tradizionale e di genere, dell’attualità che è solo un rumore di fondo. I suoi punti di riferimento erano classici come Rabelais, i maccheronici, Ariosto, Swift, Lewis Carroll: spacciatori di visioni, capaci di aprirci alla potenza del fantastico e del’immaginario.
Viveva, sempre con una valigia alla mano, nel mondo atemporale della fabula. Così negli anni ’70 aveva prodotto una sorta di quadrilogia dell’infanzia, che da Comiche e Le avventure del Guizzardi arriva a La banda dei sospiri e a Lunario del Paradiso: la famiglia come tornado in miniatura che si alimenta di fallimenti. Uno stralunato concertino di voci dissonanti, forse fatte per essere recitate o interpretate in senso musicale, più che lette, stante la sua passione per il teatro e la teatralità.

Negli anni ’80, poi, la soggettività esasperata e deformante s’era trasformata nell’osservazione accurata del viaggiatore romantico che guarda la sua stessa terra con gli occhi del favolista, più ancora che dell’antropologo. Con una prosa rapida, asciutta, attenta al dettaglio, mescolava aneddoti, finzioni, osservazioni realistiche che si aprono al simbolo, alla metafora, alle riflessioni sulla vita, il tempo, la morte. Nascono i Narratori delle pianure, Quattro novelle sulle apparenze, Verso la foce (tutti presso Feltrinelli). La tenera malinconia che è un loro tratto distintivo può diventare depressione e spiegare i taccuini di viaggio degli anni ’90 poi raccolti in Avventure in Africa, dove si dipinge come un signore dalla faccia anni Sessanta che fuma troppo e dorme male, un curioso che viaggia senza sapere bene perché, ma si fermerebbe volentieri a guardare lo scorrere del Niger, come per abbandonarsi al fluire lento e maestoso del grande fiume della vita. Ma sempre consapevole che il mondo esiste solo se raccontato, e che bisogna chiamare le cose “perché restino con te sino all’ultimo”.

Nell’introdurre il Meridiano Mondadori di Romanzi, cronache e racconti, Marco Belpoliti scrive che Celati è non solo “il più letterario degli scrittori italiani contemporanei, ma anche quello che per cinquant’anni ha messo in discussione le mitologie, le cerimonie, i riti individuali e collettivi della letteratura, quasi mirando a qualcosa che sta al di là della letteratura, o forse prima della letteratura”.

Nel tentativo di trovare questo passaggio a nord-ovest, di creare collegamenti tra generi espressivi, Celati si è misurato anche con la fotografia (attraverso l’amicizia con un grande innovatore come Luigi Ghirri) e il cinema (qui spicca il bellissimo Diol Kadd, 2010, sulla vita di un villaggio senegalese) e soprattutto con l’arte della traduzione, amoroso corpo a corpo con altri sistemi linguistici. Tra le tante imprese eroiche, vorrei ricordare almeno le versioni da Céline (Il ponte di Londra e Guignol’s Band) e l’Ulisse di Joyce (sette anni di lavoro, 2013), ritorno agli amori giovanili, sfida estrema alle possibilità della parola. Chi ha ancora la pazienza di correre nei boschi letterari potrà avvertire accanto a sé la sua presenza amica, così discreta, così indispensabile.

“La Stampa”, 4 gennaio 2022

 

 

 

 

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