La divina Contessa nella biografia di Benedetta Craveri

Nemmeno Balzac e Maupassant avrebbe potuto inventarsi un personaggio potentemente romanzesco come la marchesa fiorentina Virginia Oldoini (1837-1899) coniugata con il torinese Francesco Verasis, conte di Castiglione. Le biografie di Robert de Montesquiou (La divine comtesse, 1913) e Alain Decaux (1953) ne avevano autenticato la leggenda, ma molto restava da scavare e da capire. E visto che la sua fulminea ascesa e la sua lunga caduta si svolgono per buona parte a Parigi, chi poteva ricostruirle meglio di Benedetta Craveri, che già ci ha dato i memorabili ritratti di alcune grandi dame del Settecento illuminista e libertino, e della civiltà salottiera su cui regnavano con suprema eleganza intellettuale? Dico subito che La contessa (Adelphi, pp. 456, Euro 24,00) si legge con un gusto e un’avidità che fanno sembrare anemica tanta narrativa, e insipide persino le più fortunate serie televisive.

A quindici anni Virginia è già perfettamente consapevole della propria portentosa bellezza, e ha già chiaro cosa vuol fare: andare a Parigi, vedere tutto e tutti, e poi scegliere. Se due anni dopo accetta il matrimonio con l’onesto conte di Castiglione, ben introdotto a corte, è solo come trampolino di lancio. Non sopporta la routine coniugale e l’angusta società torinese, in cui peraltro è accolta trionfalmente (è cugina di Cavour e protetta di D’Azeglio).

Poteva una preda del genere sfuggire a quel satiro di re Vittorio? Nel novembre 1855, col favore delle tenebre, l’assalto reale sembra andare in porto. Virginia impara che, mettendo le sue capacità di seduzione e la sua intelligenza al servizio del Paese, come le viene chiesto, può essere esonerata dalle regole morali e dalle convenzioni sociali. Impara la spregiudicatezza e la brutalità di una politica che non disdegna le pratiche e i linguaggi postribolari, ma non si fa problemi. Per lei l’amore è una febbre intermittente che passa come è venuta, i rapporti sessuali sono irrilevanti, “conta solo la fedeltà del cuore”.

La Parigi che nel 1856 accoglie i conti di Castiglione per quello che doveva essere un viaggio di piacere di qualche mese è il teatro perfetto in cui la diciottenne Virginia può misurare il suo talento di attrice istrionica, impareggiabile trasformista che brilla nelle feste spettacolari del Secondo Impero. In un mese conquista l’imperatore, la corte, la stampa. Cavour scrive a Cibrario, suo ministro degli Esteri: “Vi avverto che ho arruolato nelle file della diplomazia la bellissima contessa di Castiglione, invitandola a coqueter e a sedurre, ove necessario, il nuovo imperatore.”

“La più bella donna del secolo” ha perfettamente assimilato Machiavelli: è cinica, spregiudicata, scaltra, sfuggente, enigmatica, stravagante, imprevedibile. Narcisista estrema (si farà immortalare in centinaia di lastre -poi trattate con il photoshop dell’epoca- dal geniale fotografo Pierson), ha il fiuto del politico di razza e amicizie altolocate che vanno dalla famiglia Bonaparte a Bismarck. Non si lascia dominare da nessuno, rivendica orgogliosamente la propria libertà. E poiché la libertà, se connessa ad uno stile di vita lussuoso, è costosa, dopo aver rovinato il marito cerca l’indipendenza economica speculando in borsa grazie alle informazioni confidenziali che le passano i potenti amanti.

Regina dell’insider trading, a vent’anni, quando raggiunge il massimo del suo potere, ha la freddezza di un leader cinquantenne. Con piglio maschile, prende secondo la convenienza del momento, usa e getta, si concede per calcolo e subito tiene a distanza, seduce e ricatta imperatori (Napoleone III, che chiama spregiativamente “il Vecchio”, da sfruttare “prima che crepi”, “se no siamo fottuti”), re (Vittorio Emanuele II, detto “il Re Porco”, a cui strapperà una pensione), ministri plenipotenziari (il principe La Tour d’Auvergne), diplomatici (Costantino Nigra), generali (il fiero normanno Estancelin), duchi (mezza famiglia degli Orléans), politici d’alto livello (Thiers), banchieri (Rothschild, Laffitte, Bauer), giornalisti (Cassagnac).

Li muove tutti sulla scacchiera dei suoi interessi come fossero cose sue. Questo spiega perché alla morte di lei l’ambasciatore italiano si sia precipitato a casa sua per distruggere i troppi documenti compromettenti. Per nostra fortuna, è stata una grafomane. Alla base della coinvolgente narrazione della Craveri stanno lunghe ricerche d’archivio, in cui spiccano le duemila lettere con il più assiduo dei suoi complici, Giuseppe Poniatowski, nipote dell’ultimo re di Polonia, musicista, già amante della madre, forse l’unico con cui poteva essere finalmente se stessa. Non meno importanti le lettere famigliari al padre (un diplomatico che le doveva gli avanzamenti in carriera, anche se definito “ciula” e “imbecille” da Cavour), alla madre (l’unica che la sapeva “leggere” a fondo e arriverà a definirla “una carogna”) e al figlio Giorgio, oggetto di crudeli maltrattamenti e afflitto da gravi carenze affettive.

Se un giovanile delirio di onnipotenza e vari errori la metteranno presto in difficoltà, continuerà a battersi su più fronti con l’impeto di un’eroina dell’Ariosto. Attraverso di lei, la Craveri ci introduce nel backstage di quella che passa per la Grande Storia, e ne svela i lati più imbarazzanti e addirittura grotteschi, peraltro in linea con lo spirito dell’epoca, goffo remake della grandeur imperiale, dove tutto gronda ipocrisia, avidità, volgarità.  Una storia a metà tra la pochade e la tragedia, in cui la divina mitomane, fedele sino in fondo a se stessa, rivendicherà di essere stata addirittura “la mente e l’anima della Storia Italiana, Prussiana e Francese”.

 

“La Stampa/Tuttolibri”, 13 novembre 2021

 

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