Ma De Amicis non era più buonista di noi.

 

Gli italiani li hanno fatti tre giornalisti di gran talento, e un banchiere gastronomo, Pellegrino Artusi, bravissimo ai fornelli, che sapeva anche scrivere. Con le sue avventure splatter, Emilio Salgari esaudiva la richiesta di esotismo di chi non aveva i soldi per viaggiare.  Con la sua  favola-apologo con animali parlanti, il toscanissimo Carlo Collodi arrivava a fissare dei caratteri universali che appartengono all’intera avventura umana,

Ma il colpo grosso l’ha fatto Edmondo De Amicis, con un libro che parlava (e per la prima volta!) di un’esperienza fondativa in cui tutti potevano riconoscersi: la scuola. Il socialista che in era lui gli diceva che solo l’istruzione poteva sollevare gli ultimi dalla loro condizione di esclusi, e mettere in moto l’ascensore sociale. Il buon italiano che stimava di essere gli confermava che solo la vita comunitaria di una classe poteva amalgamare piccoli cittadini provenienti da regioni troppo diverse. Da padre di due figli in età scolare sapeva che mancavano buone letture per ragazzi.  Da autore con una spiccata sensibilità per il marketing aveva antenne che gli consentivano di identificare i gusti dei lettori, quei pochi che c’erano: l’analfabetismo al Nord viaggiava sul 75%, al Sud toccava il 95%.

«Ho in testa un libro nuovo, originale, potente, mio – di cui il solo concetto m’ha fatto piangere di contentezza e di entusiasmo, dico potente se mi riuscirà di non guastarne l’argomento trattandolo. Ma spero di no, perché mi è nato proprio nel più vivo dell’anima. Ho pensato molto tempo. Mi son detto: per fare un libro nuovo e forte bisogna che lo faccia colla facoltà nella quale mi sento superiore agli altri – col cuore…Il cuore dei vent’anni, la ragione dei trenta. Il soggetto preso nel mio cuore. Il libro intitolato Cuore».

Così scriveva nel 1878 l’Edmondo a quel gran volpone dell’editore Treves, che lo spronava al best-seller. Il cuore applicato alla scuola, ai maestri, agli studenti, alle famiglie: what else? Ci ha messo un po’, l’Edmondo, a trovare ritmo e struttura, ma quando è partito nel febbraio 1886 in quattro mesi l’ha finito. Uscì puntualmente per l’inaugurazione dell’anno scolastico con immediato e fragoroso successo, che ha toccato le 100.000 copie nel 1890, il milione nel 1923 e i tre milioni nel 1960, arrivando fino in Giappone.

Ha ragione Marcelo Fois quando in L’invenzione degli italiani, ora uscito da Einaudi, scrive che quella che De Amicis racconta non è la scuola reale, ritratta dal vivo, ma quella che avrebbe dovuto essere, a cominciare dall’eroico maestro Perboni, dispensatore di pari opportunità, che combatte il classismo e il razzismo senza mai alzare la voce. In anni di aspri conflitti sociali Cuore propone in offerta speciale una ricetta di integrazione sociale nell’ordinato mondo dei possidenti, l’empatia, la solidarietà, i piccoli gesti di gentilezza quotidiana. La parola giusta al momento giusto può ammansire anche le belve. Diventare bravi e anzi ottimi italiani si può, vedi il tamburino sardo e la piccola vedetta lombarda, basta cominciare da piccoli con la guida di maestri sublimi. La via del riscatto, anzi della santità laica, è alla portata di tutti. Logico che gli italiani si siano entusiasmati e riconosciuti in una foto di famiglia che li fa belli come non sono.

Certo, per Umberto Eco è stato facile far partire i suoi missili su questo “gran mare di languorosa melassa”: “Un’orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti, di galeotti redenti e gaudenti in maschera che regalano smeraldi a bambine smarrite tra la folla, tra madri che si sostengono a vicenda, maestrine dalla penna rossa, signori che abbracciano carbonai e muratori che biascicano lagrime di riconoscenza sulla spalla di ricchi possidenti, là dove tutti si amano, si comprendono, si perdonano, si accarezzano, baciano le mani a voscienza, leccano il cuore a tamburini sardi, cospargono di fiori vedette lombarde e coprono d’oro patrioti padovani”. L’unico personaggio veramente umano, in cui ci possiamo identificare, è il perfido Franti, l’unico politicamente scorretto.

Il buonismo è quella caricatura della bontà che ci fa sentire migliori solo perché ci commuoviamo davanti a sventure particolarmente lacrimevoli, e non costa niente. Ma siamo sicuri di essere meno buonisti di De Amicis e dei suoi milioni di lettori? Il patetismo low cost impazza dappertutto, in tv, sui giornali, sui social: è diventato una epidemia anche più letale del Covid. De Amicis era convinto di dare una mano ad edificare per via scolastica un’Italia migliore. Noi non abbiamo più il coraggio del progetto e della speranza. Qualche maestro Perboni in giro c’è ancora, ma una serie di riforme disastrose ha portato la scuola, con la complicità dei sindacati, alle soglie della terapia intensiva. E non ci sono nemmeno più tanti genitori che come il padre di Enrico seguono da vicino e con attivo interesse la formazione dei loro figli. Il meglio che sanno fare è andare a menare i professori, colpevoli di dare brutti voti a quelle capre delle loro creature. No, non ci possiamo proprio permettere di sorridere di De Amicis, del suo ardore di apostolo, delle sue forzature edificanti. Gli hanno rimproverato di creare degli onesti ingenui invece di uomini maturi. Noi non siamo capaci di creare né gli uni né gli altri.

“la Repubblica” ed. Torino, 21 settembre 2021

 

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