Guardare il mondo con gli occhi di Chichita, “opera d’arte vivente”.

Chichita Calvino ci ha lasciato il 23 giugno nella sua casa romana. A luglio avrebbe compiuto 93 anni. Immobilizzata a letto, afflitta da ogni genere di difficoltà fisiche che esorcizzava stoicamente con il suo leggendario umorismo, si è tenuta in vita con la sua straordinaria intelligenza e con l’aiuto di un Mac, con il quale si teneva collegata al mondo, di cui sapeva e capiva tutto.  Qui di seguito il testo integrale del mio ricordo uscito su “La Stampa”.

Era stata una tata messicana a ribattezzare “Chichita”, piccolina, Esther Judith Singer, nata a Buenos Aires nel 1925 da una famiglia di ebrei russi arrivata in Argentina a fine Ottocento; e Chichita è rimasta per tutti (non Chiquita, come qualche sprovveduto continua a scrivere). Della famiglia non ha mai parlato: “Le origini non mi interessano”, tagliava corto. “È una donna piccola, molto lentigginosa, rossa capelli e con occhi di rara luminosità. Al collo o ai polsi porta sempre qualche squisito gioiello vittoriano…È celebre per il suo umorismo sarcastico”. Così la descrive Carlo Fruttero in Mutandine di chiffon. Sempre avvolta nel fumo delle sue Gauloises, orgogliosamente argentina ed  elegantemente cosmopolita come gli amici del giro Borges-Bioy Casares-sorelle Ocampo, si sposa in giovane età, ha un figlio, ma quando il matrimonio scricchiola non ha esitazioni. Prende il bambino e viene in Europa, a Parigi e a Vienna, a lavorare come traduttrice per l’UNESCO e altre organizzazioni internazionali, mettendo a frutto la sua perfetta conoscenza di francese e inglese. A Parigi ha come collega un altro grande argentino,  Julio Cortázar , e frequenta il giro letteratissimo delle Editions du Seuil, a St. Germain des Près. 

Lì incontra Italo Calvino nel 1962. Tra il taciturno scrittore ligure e la poliglotta tutto pepe capace di toreare da pari a pari con quegli intellettuali anche troppo sofistici, è amore immediato. Si sposano nel febbraio 1964 a Cuba, dove lui era nato nel 1923, nell’ufficio di un notaio dell’Avana, con brindisi augurale nel bar dell’hôtel (“Comunico amici che mi sono sposato”, telegrafa Italo agli einaudiani, laconico come al solito); l’anno dopo nasce Giovanna. Prendono casa a Roma, che però a lei va stretta, come pure il giro degli scrittori che gravitano attorno a Moravia e Pasolini: le sembrano una congrega di provincialotti un po’ maschilisti, e lo stesso Italo, l’antimondano per eccellenza,  li frequenta il meno che può. Nell’estate del ‘67 si trasferiscono a Parigi, in una villetta di Square de Châtillon, dove restano sino al 1980, l’anno del definitivo ritorno a Roma, in uno arioso appartamento  affacciato sui tetti della città, in piazza in Campo Marzio, a due passi da Montecitorio e dai palazzi del potere, con lunghi soggiorni estivi nella pineta di Roccamare, a Castiglione della Pescaia, vicino agli amici Fruttero e Pietro Citati. 

Quando Italo se ne va nel 1985, a soli 62 anni, Chichita gestisce un’eredità difficile con mano ferma e rigore professionale.  Tra i suoi amici, Salman Rushdie, Gore Vidal e Richard Gere, che anni fa voleva portare sullo schermo Il barone rampante. Editori, agenti, studiosi e postulanti imparano presto a rispettarla, a temerla. E’ a lei che Italo sottoponeva ogni pagina appena scritta per un giudizio, sapendo di non poter trovare un riscontro migliore. E’ lei la Olivia di Sotto il sole giaguaro o Ludmilla, la Lettrice dalla memoria di ferro in Se una notte d’inverno un viaggiatore. “Lei è i miei occhi. Guarda il mondo e me lo racconta”, diceva.

“Chichita è un’opera d’arte vivente”, ha scritto l’italianista Francesca Serra. Verissimo. Le sue conversazioni  restano una pirotecnia di  humour abrasivo, una festa mobile che poteva occupare intere notti. Peccato non essere riusciti a fissarle in qualche modo, a trasformarle in memoria. Per fortuna, in epoca digitale ne resta qualche traccia nelle mail scambiate con pochi amici fidati.  Senza muoversi di casa, e da ultimo immobilizzata a letto, a sopportare stoicamente dolori feroci (“La mia pelle è un assolo di ematomi in do minore”), sempre connessa a un suo misterioso network internazionale, Chichita sa tutto, intuisce tutto, prevede tutto restando imprevedibile e imprendibile. Nel suo pittoresco plurilinguismo, procede per fulminee associazioni d’immagini, cortocircuiti, salti spaziali e temporali, citazioni, rimandi, affondo, divagazioni geniali (“Digression is my second name”, sorrideva). “Pensieri randagi”, li chiama. Il grottesco zoo della politica italiana le detta sarcasmi amari e divertiti, alla Goya. Scrive: “La spiegazione del mondo che Italo ha tentato di dare tanti anni fa è diventata un bene rifugio, come il mattone”. O ancora: “Se Italo fosse ancora vivo, non sarebbe rimasto in Italia”. Ma non credeva affatto che il passato fosse migliore di oggi. 

Una miniera di incontri, di ricordi. Come le due o tre ore passate nel 1964 con Fidel Castro, “che sembravano il doppio per la noia e la fasullaggine”, in un capannone fuori mano dove li avevano portati bendati per ragioni di sicurezza, con un codazzo di ingenui adoratori che si commuovevano per le sue tante prodezze, incluse quelle amatorie (“Può stare due giorni senza mangiare, poi si mangia due polli uno dopo l’altro”). Ma di scrivere, come qualcuno le chiedeva, non se ne parlava proprio. Non solo perché detestava fare la parte della “vedova di” che dispensa aneddoti. Sentiva la scrittura come qualcosa di ingessato, di cristallizzato, mentre a lei piaceva  abbandonarsi alla mercurialità delle cose in continua trasformazione, alla libertà di un movimento perpetuo, al gioco dei sentieri che non smettono di biforcarsi. Qualcosa, diceva, che assomiglia alla danza o alla musica. Era il suo modo di tenere a bada il tempo, di esorcizzare la realtà standoci dentro. Difficile adesso pensare che quella inimitabile pirotecnia si è spenta.

 

 

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