”Amarcord bianconero”: il calcio come metafora della vita (o viceversa)

Ho il piacere di annunciare l’uscita di un nuovo libro, Amarcord bianconero (Einaudi), in libreria dal 28 agosto. Trascrivo la scheda preparata dall’editore e la recensione di Pierluigi Battista sul “Corriere della sera”.

Con questo libro di memorie autobiografiche Ernesto Ferrero, qui in veste di giovane tifoso juventino, ci riporta a un momento in cui l’epica di un calcio dal volto umano era ancora parlata e scritta: affidata alle radiocronache di Nicolò Carosio, alle immaginifiche descrizioni dei settimanali sportivi e poi di Gianni Brera, a figurine un po’ meste in cui i calciatori non sorridono mai. Ma l’amarcord va oltre le tinte bianconere. Perché il calcio è un linguaggio universale in cui c’è dentro tutto: il singolo e il gruppo, il valore e la fortuna, il metodo e l’estro, la beffa e il riscatto.

Siamo nei primi anni del secondo dopoguerra, segnati dalla storica partita Italia-Inghilterra e dalla tragedia del Grande Torino, e poi negli anni Cinquanta e Sessanta, quelli di un trio indimenticabile: l’astuto «cardinal» Boniperti; John Charles, il gigante buono; e Omar Sivori, l’imprendibile, beffardo coboldo italo-argentino. Insieme a loro, altri campioni e gregari, un’intera città in amore, il suo carismatico monarca Gianni Agnelli. Il calcio diventa una lente con cui guardare un tempo incantato che sembra favolosamente remoto. Le storie famigliari (il padre che aveva giocato nelle squadre giovanili, la nonna che confeziona bandiere), gli incontri e i singoli ritratti si sciolgono con naturalezza in quella grande metafora della vita che è il calcio, in cui ritroviamo tutta l’incompiutezza e la fallibilità degli esseri umani, le loro grandezze e miserie e imprevedibilità. Anche per questo il calcio ha coinvolto e appassionato scrittori che, in dialogo con l’autore, vengono colti al volo in queste pagine. Cosí Mario Soldati, Pier Paolo Pasolini, Vittorio Sereni, Giovanni Arpino, Osvaldo Soriano diventano parte integrante di un album di famiglia che non smetteremmo mai di sfogliare.

“L’Arcipelago”, pp. 104, Euro 12,00

 

Amarcord bianconero di Ernesto Ferrero, pubblicato da Einaudi, non è un trattato di calcio, e nemmeno un saggio di storia della Juventus, di cui peraltro Ferrero è devotamente innamorato. È un libro che, alimentato appunto dalla potenza del ricordo, e dal ricordo delle emozioni profonde, e dalle emozioni profonde che trasudano da un campo dove si gioca a pallone e dove una delle due squadre, la prediletta, indossa una maglia a strisce bianche e nere, intreccia epopea e letteratura, football e mitologia, tecnica e narrazione delle gesta di grandi personaggi. Ferrero prende alla lettera un giudizio di Pier Paolo Pasolini: «Ogni gol è sempre un’invenzione… Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno». E del resto, qualcuno ha scritto, forse Sartre sostiene Ferrero, che «una partita di calcio è una buona metafora della vita» e Sergio Givone si è spinto oltre, correggendo: «La vita è una buona metafora del calcio». È questa passione per la vita, per la poesia del calcio, per i sentimenti potenti nutriti dal calcio che rende alcune pagine di questo «amarcord» il ritratto vivido di persone capaci di incarnare una forza simbolica trascinante. Si veda per esempio il capitolo su una triade molto cara a chi è appassionato della Juve, un pilastro morale della giovinezza di Ferrero (e della pubertà di chi scrive): il trio Boniperti, Sivori, Charles.

Boniperti, «il segretario di Stato della chiesa juventina: professionale, lucido, spietato», il calciatore che con il suo mento «proteso e volitivo» prometteva «le cattiverie di un astuto cardinale politicizzato, alla Richelieu». E accanto a Richelieu lui, l’argentino Omar Enrique Sivori, «il briccone, il re dei folletti con sulla fronte il ciuffo di un bravo manzoniano o di un ragazzo di vita pasoliniana, i calzoncini che sembravano mutande troppo lunghe, i calzettoni arrotolati sulle caviglie, sulle labbra il ghignetto di quello che ti prende per i fondelli». Che forza, Omar Sivori, il Cabezón: «Faceva impazzire i difensori, che lo ricambiavano con entrate assassine, accrescendo in lui l’impegno che metteva nel beffarli, facendogli passare la palla in mezzo alle gambe, il suo colpo preferito, il mitico tunnel». E infine il Gigante Buono, «retto, leale, disciplinato come un granatiere della regina», «un figlio del popolo che si è forgiato nelle prove più aspre senza mai indurire la propria tenera scorza umana, un David Copperfield finalmente risarcito di abusi e violenze», «l’Ursus di Quo vadis, perfetto complemento del cardinal Boniperti e dello sciuscià Sivori», insomma al secolo John Charles, un mito assoluto.

Dalla descrizione di questa trinità bianconera si evince il carattere letterario del libro. Perché parlare e scrivere di calcio, lo dimostra Ernesto Ferrero, è parlare della vita, della letteratura, della fantasia, dell’immaginazione, della realtà dura e aspra anche. C’è un omaggio sentito a chi ha scritto di calcio, di Juve, e dunque del mondo morale che ci affascina e ci appassiona. L’omaggio a Gianni Brera, che Umberto Eco definiva il «Gadda spiegato al popolo», il Brera che quando l’Inter veniva sonoramente battuta dalla Juve a San Siro scriveva ai tifosi nerazzurri: «Bauscioni, fratelli, popol mio: pigliamo su e portiamo a casa». L’omaggio a Giovanni Arpino, e il suo «calcio come autobiografia di una nazione di perdenti cronici». Al radiocronista Nicolò Carosio, che snocciolava i nomi dei calciatori «come l’elenco dei capitani greci nel secondo canto dell’Iliade: il Piè veloce, l’Iracondo, l’Astuto, il figlio di Peleo…», il Carosio che «sarebbe dovuto salire sull’aereo che portò il Torino alla trasferta di Lisbona e che al ritorno si schiantò a Superga, ma aveva rinunciato al viaggio perché non voleva perdersi la cresima del figlio». Un omaggio a Mario Soldati, un tifoso fazioso che provava una nostalgia immensa e immedicabile per la Juventus quando andò in America negli anni Trenta: «I bianconeri entreranno di corsa, nell’urlo della folla. I cari nomi voleranno per l’aria con il nevischio: Caliga, Biga, Combi, Mune, Orsi… alò, alò alò Juventus, alò Juventus».

Ferrero descrive un calcio che si giocava come «un duello rusticano»: «il clima era quello di Fronte del porto, uno struggle for life d’impianto darwiniano». Un calcio in cui «di tattiche e dotte strategie si parlava assai poco». A Torino essere della Juve o del Toro metteva in luce diversi «caratteri identitari». La Juventus era nata nei pressi del liceo D’Azeglio, «su una panchina di corso re Umberto, di fronte alla pasticceria Platti, per iniziativa di un gruppo di studenti minorenni che guardavano all’Inghilterra». Un «nome classicheggiante», Juventus, che rimandava a una forma di superbia umanistica. Mentre dall’altra parte c’era il popolo granata del «Quarto Stato di Pellizza di Volpedo», la «tempra indomabile di lavoratori». Tante cose sono cambiate nel frattempo, ma non la forza mitopoietica di uno sport, di una passione popolare, di una maglia a strisce bianche e nere che danno la stura a questo torrente di «amarcord», con le sue tristezze e con la sua impareggiabile epica, navigato con maestria da Ernesto Ferrero. Una storia, come recita anche l’inno, di un «grande amore».

Pierluigi Battista

“Corriere della sera”, 24 agosto 1978

 

Ecco il link per ascoltare la conversazione con Felice Cimatti a

“Fahrenheit” del 4 settembre 2018:

Clicca qui per vedere il video

 

 

 

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