Clima, governo, religione. Voltaire racconta la prima storia universale da grande giornalista e fact-checker

Nel 1740 il quarantaquattrenne Voltaire, tonificato dai successi teatrali e dalle abili speculazioni finanziarie che hanno fatto di lui un uomo ricco, mette mano a una sua Sistina storiografica programmando la prima storia universale mai tentata. Va da Carlo Magno a Luigi XIV, con vaste scorribande nei secoli e millenni precedenti, sino ai tempi i cui i mari dominavano la Terra, e con un occhio speciale all’Oriente, patria delle arti e delle scienze, e di un pensiero religioso nonviolento e non oppressivo, immune dalle superstizioni che affliggono l’Europa. Si intitola Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, ed è dedicato a Madame de Châtelet, l’amante in carica, esperta di chimica e fisica ma digiuna di storia. Vi lavorerà per quarant’anni con aggiornamenti e messe a punto (ben sette edizioni), consapevole di quanto sia difficile fare storia in assenza di documenti affidabili. Una storia da intendere come continua investigazione per rispondere ai problemi del presente.

La si potrebbe anche intitolare, borgesianamente, Storia universale dell’infamia, perchè rievoca puntigliosamente millenni di massacri insensati, fanatismi assortiti, lotte famigliari per il potere all’insegna dell’assassinio.  Ma se Borges  falsifica le biografie di uomini realmente esistiti, Voltaire va nella direzione opposta: intraprende una gigantesca opera di disincrostazione della storia dalle leggende che l’hanno deformata, sino a renderla una favola buona per asservire i popoli d’ogni tempo e Paese. Perché è un istinto belluino, più che la ragione, a guidare il genere umano. Ovunque si adora la divinità e la si disonora. Rare sono le isole felici di civiltà: tra queste l’Italia del Rinascimento, dei Medici e di Galileo, .

La gran novità del Saggio è che va ben oltre le solite cronistorie di re e di battaglie. Voltaire vuole indagare da filosofo-antropologo gli usi e i costumi dei popoli, nessuno escluso: le mentalità, le pratiche religiose, le arti, le culture materiali, le tecniche produttive, il valore delle monete, i contesti geografici, anticipando di due secoli quelle che poi saranno le ricerche della scuola parigina delle “Annales” di Braudel, Le Goff, Duby e affini. Insomma “la vita concreta degli uomini”. Ci vogliono secoli perché un popolo esca da uno stadio più o meno ferino ed elabori un linguaggio e un’etica capace di incarnarsi in leggi ragionevoli. “Tre cose agiscono sullo spirito degli uomini: il clima, il governo e la religione: sono queste le uniche chiavi per spiegare l’enigma del mondo”.

Quello che rende travolgente la narrazione è la vivacità di una scrittura che inaugura il giornalismo moderno (il feuilleton, secondo Isaiah Berlin) e  si offre come modello a Châteaubriand per le sue altrettanto fascinose Memorie d’oltretomba. Non solo: Voltaire è l’implacabile analista di quelle che oggi chiamiamo fake news. Se sono le opinioni a dominare il mondo, diventa decisivo identificare e combattere quelle manifestamente false. Le grottesche invenzioni che hanno a insanguinato i millenni sono tuttora vivissime e, propalate dalle tecnologie digitali, rendono allarmante anche il nostro futuro di “webeti” creduloni: “I maestri della menzogna fondano il proprio potere sulla stupidità umana”.

Voltaire pratica l’equivalente di un moderno fact-checking, in cui l’Europa non è più il centro del mondo. Della Cina apprezza l’invenzione della carta, della scrittura, della ceramica e le accurate osservazioni astronomiche che precedono quelle dei babilonesi di quattrocento anni. Non si fa incantare dalla monumentalità dell’antico Egitto: “Conobbero il grandioso, mai il bello”. Le stesse piramidi sono un monumento al dispotismo, alla schiavitù e alla superstizione. Gli Arabi non sono il nemico per eccellenza. Al contrario, di Maometto, che si autodefiniva poeta e letterato,  apprezza il coraggio, la generosità, la sobrietà, la tolleranza, la stessa imposizione del monoteismo, la promozione delle arti e scienze. I veri nemici semmai sono gli Ebrei, cui non risparmia i pregiudizi del suo tempo, anche se “noi non siamo altro se non ebrei con il prepuzio”.

In Italia il Saggio era stato tradotto cinquant’anni fa per le cure di Marco Minerbi, diventato presto introvabile. E’ dunque una vera e grande impresa quella adesso vede la luce nei “Millenni Einaudi”, a cura di Domenico Felice, docente di Storia della filosofia a Bologna, con l’introduzione di Roberto Finzi e 36 incisioni acquerellate del settecentesco viaggiatore canadese Jacques Grasset, pittore di costumi esotici, dai montanari messicani ai circassi e ai nativi delle Molucche. Sono due tomi che sfiorano le duemila pagine, equipaggiati di tutto punto e con un prezioso indice dei nomi. Il costo non indifferente [150 euro] va considerato alla stregua di un buon investimento.

 

(“La Stampa/Tuttolibri”, 4 novembre 2017

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