Nel backstage dello Struzzo: i diari di Daniele Ponchiroli raccontano gli anni ruggenti dal 1956 al 1958.

 

Il nome di Daniele Ponchiroli è noto quasi esclusivamente agli addetti ai lavori e a quanti hanno lavorato a vario titolo in editoria negli anni ’50-’70. È stato una delle colonne della Einaudi di quegli anni, uno di di quei grandi professionisti che lavorano in sala macchine, nell’ombra, con una competenza e una dedizione assolute.  Era nato nel 1924 a Viadana, nel mantovano. Si era formato alla Normale di Pisa, da dove era uscito con il massimo dei voti. E’ lì che lo aveva conosciuto Giulio Bollati, suo compagno di studi, che nel 1951 lo porterà a Torino come caporedattore.  Critico e filologo di rara finezza, specialista in letteratura italiana del ‘400 e ‘500, ha curato per Einaudi  importanti edizioni di Marco Polo, Petrarca (un vero capolavoro),  Ariosto (con Carlo Muscetta e sotto lo pseudonimo di Luca Lamberti), Della Casa, e di poeti di quei secoli. Grazie al suo rigore artigianale, alll’attenzione maniacale al dettaglio, alla cura scrupolosa nella messa a punto redazionale di opere d’ogni genere, dal laboratorio di via Biancamano uscivano prodotti impeccabili. 

Un caporedattore si trova a lavorare su un doppio fronte: deve gestire i suoi collaboratori, cavando il meglio da ognuno; e deve affrontare quei personaggi difficili che sono gli autori, i curatori, i collaboratori esterni: ognuno con le sue nevrosi, manie, pretese, debolezze. Ai famosi consigli del mercoledì partecipavano, con gli “interni” e sotto la presidenza di Giulio Bollati, collaboratori che si chiamavano Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila, lo storico Franco Venturi, e tanti altri illustri. Il direttore d’orchestra, Giulio Einaudi, non cercava l’unanimità, che anzi lo insospettiva,  ma la discussione, lo scontro dialettico, il confronto di idee. Era una strategia redditizia dal punto di vista culturale, ma dispendiosa dal punto di vista umano. Come in ogni famiglia, anche in Einaudi ci potevano essere tensioni e conflitti. Ponchiroli era infaticabile del ricucire rapporti, nel riportare la pace, sempre con la sua aria di bonario zio di campagna. Insieme a Roberto Cerati (allora direttore commerciale), apparteneva a quella che possiamo definire l’ala francescana della Einaudi: servire il libro, servire gli altri in semplicità, umiltà e letizia, darsi senza riserve, predicare la buona novella del libro. Se necessario, ammansire fratello lupo. Uomo sommamente schivo, riservato, di una modestia persino eccessiva, che detestava ogni esibizionismo personale. Sapevamo tutti che teneva un diario e naturalmente eravamo molto curiosi di leggerlo, ma lui si è giustamente sottratto ad ogni richiesta, comprese quelle dell’editore. 

Daniele dispensava a tutti una incredibile capacità d’ascolto, un pazienza biblica. Si faceva carico di casi umani e personali, prima ancora che editoriali. Aiutava chi aveva merito, consolava gli afflitti, medicava i feriti. Anche se tranquillo non era, anzi, lottava con varie nevrosi, tra cui l’agorafobia, dispensava tranquillità, perché ognuno dei postulanti si sentiva in mani non soltanto competenti, ma  addirittura parentali. Gianfranco Contini, il massimo filologo del ‘900 italiano, il sommo, estroso, geniale Contini voleva dialogare soltanto con lui. Ne aveva grande stima, se ne fidava totalmente. Lo considerava un suo pari.

Daniele non si occupava solo dei grandi. Prendeva sulle sue spalle di moderno San Cristoforo anche  i sogni dei pittoreschi personaggi che di solito gravitano intorno a una casa editrice: aspiranti autori alquanto bizzarri, marginali o autoemarginati, che sembravano usciti dal libro che lui aveva scritto per i ragazzi, Le avventure di Barzamino. Sapeva che la poesia si può nascondere proprio sotto le apparenze della stramberia, nella tradizione tutta italiana di Bertoldo, dei finti matti scarpe grosse cervello fino, che al loro modo irriverente arrivano alla verità. Talvolta sponsorizzava le loro proposte, ne parlava con gli amici di redazione con trepidante cautela, cercava soluzioni. E quando proprio il libro non si poteva fare, cercava di addolcire la pillola all’interessato. Era il buon samaritano di via Biancamano. Italo Calvino s’è ispirato a lui per il personaggio del dottor Cavedagna di Se una notte d’inverno un viaggiatore, che proprio a Daniele è dedicato. Calvino aveva colto perfettamente in lui “la pazienza sconsolata delle persone troppo nervose e il nervosismo ultrasonico delle persone troppo pazienti”. Daniele compare anche in un altro romanzo, A che punto è la notte, in cui Fruttero e Lucentini lo raffigurano nel personaggio del dottor Monguzzi, anche lì con la sua bontà, le sue nevrosi, l’ossessione del lavoro ben fatto, la pazienza, la dedizione assoluta al libro.

Questi diari leggendari vedono ora la luce presso le edizioni della Normale di Pisa, con il titolo La parabola dello Sputnik, ottimamente curati da Tommaso Munari, che ormai si muove negli archivi dello Struzzo come in casa sua. Coprono anni chiave, dal 1956 al 1958: gli anni dei fatti d’Ungheria e delle gravi spaccature che producono all’interno del PCI, del lancio dello Sputnik che sembra segnare una svolta epocale, carica di elementi simbolici. Ponchiroli racconta la vita interna della casa editrice, che deve anche affrontare una drammatica crisi finanziaria, il lavoro quotidiano, i protagonisti, le discussioni, le forti passioni politiuche,  il clima di un’epoca. E’ un diarista ideale perché rimane sempre defilato, non mette mai avanti se stesso, ha occhio per i dettagli significativi e mano di   commediografo. Muore prematuramente nella sua Viadana nel 1979, a soli 55 anni.

Trascrivo qui sotto i miei appunti di lettura, che spero possano dare un’idea del molto che vi si può trovare.

Quando il diario si apre nell’ottobre 1956 siamo subito nel pieno della crisi d’Ungheria. Il 24 ottobre Franco Venturi, il grande storico dell’Illuminismo, arriva con una edizione straordinaria di “Stampa Sera” che dà la notizia della rivolta di Budapest. È convinto che l’ondata non si fermerà, spera che Kruscev sia in grado di resistere agli staliniani. Sono tutti indignati con i dirigenti del PC e con Togliatti in particolare, perché invece di schierarsi con i comunisti orientali nelle loro battaglie antistaliniane e democratiche tacciono o traccheggiano, “sfasciando il movimento operaio”. Che fare? Riunioni sempre più accese fino a tarda notte. Einaudi ridendo invita provocatoriamente Calvino “a partire per Budapest per andare a fare le barricate e magari cadere da eroe. Chissà che successo avrebbe il suo libro delle fiabe”.

Arriva a Torino Mario Alicata e Bollati lo attacca con durezza, elencando gli errori della direzione del partito dal 1953 a oggi. Commenta il diarista: “Sono uomini di gomma, con la faccia di bronzo: incassano tutto, magari ti danno ragione, anche”. C’è chi chiede le dimissioni di Togliatti, la proclamazione dello stato di emergenza del partito, la formazione di una costituente. Sull’Unità escono articoli di Pajetta e di Longo che vengono definiti “pietosi”. La Cgil si schiera contro il partito. Calvino è tra i più attivi, sempre trafelato, addirittura “terreo”. Si redigono appelli ai comunisti, in cui si depreca l’atteggiamento della direzione, che sembra sconfessare le battaglie per uno sviluppo del socialismo con metodi democratici. La battagliera cellula Giaime Pintor della casa editrice approva all’unanimità.

Il 30 ottobre un deludente articolo di Togliatti accentua la crisi e le spaccature. Rispondendo a Einaudi con una lettera che  viene giudicata” la solita roba da preti”, continua a raccomandare prudenza. Calvino dice ” che la direzione ha fatto il suo rutto”. Da Roma continuano a piovere sugli einaudiani accuse di tradimento della classe operaia e minacce di scomunica. In drammatiche riunioni con i quadri del partito torinese, Calvino si scopre ignote virtù tribunizie, trascina i presenti all’applauso. Intanto una fake news dell’Unità parla di caccia al comunista in Ungheria, dove la destra avrebbe preso il sopravvento.

Si progetta addirittura di fondare un quindicinale comunista di dissidenti diretto da Calvino, con Paolo Spriano come redattore capo: un foglio d’opinione di1.000, 2000 copie, ma mancano i soldi, poi si decide che Calvino preparerà con cura un intervento inattaccabile, “scientifico”, per il Congresso.

Il 4 novembre la situazione precipita, i russi attaccano Budapest. Bollati, che ha litigato con Luciano Barca, ha un collasso. Amendola distingue fra i discorsi che si possono fare con gli intellettuali, ai quali in privato si può anche dare ragione, e quelli che bisogna fare con le masse, alle quali bisogna parlare come conviene. In definitiva le posizioni di Calvino sarebbero giuste ma non possono essere rese pubbliche perché pericolose per le masse. Commenta Daniele: “ Bollati è sempre quello che vede più chiaro e più lontano e largo. La crisi dell’Urss è crisi mondiale del socialismo, ed è una vittoria del neocapitalismo americano.” Intanto ci sono lettori ci restituiscono libri Einaudi acquistati a rate perché non vogliono “libri lordi di sangue ungherese” .  Einaudi amareggiato scrive una lettera a Togliatti.

Sono le settimane in cui devono uscire le Fiabe italiane e le iniziative promozionali passano fatalmente in secondo piano. Si vagheggia una presentazione romana nientemeno che con la Lollobrigida o la Loren. Venturi richiede una condanna esplicita dell’invasione russa, vuole addirittura reclutare volontari contro i russi. Segue la storia del famoso telegramma degli einaudiani all’ONU redatto nella notte. Sono 152 parole, costa L. 16.000 ma loro ne hanno solo 10.000 avute in prestito da Fonzi, per cui bisogna andare a casa Einaudi alle quattro di notte, svegliarlo raspando alle sue tapparelle, e farsi calare dalla finestra L. 20.000.

Si decide ripubblicare in volume le corrispondenze di Luigi Fossati, inviato de “L’Avanti!” a Budapest. Ma in tutto quel trambusto la produzione delle novità è in ritardo. Il 16 novembre è sempre più forte la consapevolezza che bisogna rompere col partito, ma Einaudi sembra pensare che su molti punti Togliatti ha ragione. Da Roma Alicata pone l’aut aut: basta discutere, o dentro o fuori.

Nel frattempo ci sono anche gite presso antiquari di provincia, dove l’editore compra mobiletti settecenteschi, piatti e bicchieri, film (Bulli e pupe). A fine novembre la resistenza einaudiana sembra già infiacchita, si sentono già fuori dal partito. Intanto Hemingway vuole i suoi 10 milioni di diritti, disposto anche a sottoscriverne 5 in azioni.

La cellula einaudiana insiste: la mancanza di democrazia all’interno dei partiti comunisti al potere toglie la partecipazione delle masse popolari alle riforme delle strutture socialiste. La democrazia di partito resta un problema fondamentale. La federazione torinese è in mano alla CGIL, un passo in avanti, ma Calvino è stato cancellato dal congresso per veto di Pajetta.

Sul “Corriere d’informazione” Alberto Cavallari scrive che a Torino il PCI, come partito di massa operaio, ha fatto bancarotta da molti anni, Valletta è stato molto più abile. Gli intellettuali comunisti gramsciani sono molto meno coraggiosi dei compagni di Budapest. Più coraggiosi invece una quindicina di giornalisti dell’Unità che si dimettono.

Ma in quel gennaio ‘57 la situazione finanziaria peggiora, non ci sono i soldi per gli stipendi.  Einaudi vuol parlare con il presidente Gronchi, si confida nell’intervento di Mondadori ma chissà se questo limiterà la loro libertà di manovra. Fornitori nel panico, cambiali in protesto, piccole tipografie sull’orlo del fallimento. Poi Foà ha l’idea di cedere parte del catalogo per edizioni popolari. Contatti anche con Feltrinelli. Si parla di un debito di mezzo miliardo di lire.

Il 21 febbraio 1957 si arriva la notizia dell’accordo decennale con Mondadori, che può ristampare il catalogo dopo tre anni dalla pubblicazione per 100 milioni. Le trattative sono state abilmente condotte da Linder. Arnoldo tiene un discorsetto: lui ha fatto solo una quinta elementare, Einaudi rappresenta la cultura. Anche lui per trent’anni ha dovuto lottare con le cambiali e le banche. E quanta anticamera. Adesso l’anticamera la fa fare lui ai banchieri. Einaudi contento, con una piccola crisi di malinconia. Rinuncia a pensarsi come grande potenza editoriale, a vantaggio della qualità culturale.

5 maggio: esce Il Barone rampante, piace a Vittorini e Citati,  non a Bollati e Foà. Per Renato Solmi ormai Calvino è la statua di cera di se stesso. A giugno Calvino torna da Roma contento perché il Barone rampante è stato accolto con grande entusiasmo e letto come un apologo ideologico, anticonformista e anti staliniano.

Lucentini vagheggia una serie di libri da leggere in treno, L. 1000 al massimo, da vendere soprattutto nelle edicole. Il 2 luglio Giolitti comunica il suo proposito di dimettersi dal PCI. Invano Einaudi cerca di dissuaderlo e lo incoraggia a resistere. Se esce non conta più niente. Calvino, a Roma per il premio Strega che verrà assegnato alla Morante per L’isola di Arturo, è preoccupato dalla brutta aria che tira intorno a Giolitti e medita di lasciare il PCI anche lui.

A luglio, gita al lago di Candia con relativo bagno. Ci sono anche Carlo e Maria Pia Fruttero, Franco e Simone Lucentini. Questo di organizzare gite fuori porta che diventano anche sessioni di lavoro diventa una specialità dell’editore. Funziona tutto, “il posto è bello, familiare e dolce”, si può mangiare del buon pesce. Einaudi vuole costituire una cooperativa permanente per rapidi viaggi balneari. Il giorno dopo organizza un’altra gita al lago di Avigliana.

Il 19 luglio arriva la notizia che Giolitti ha deciso di rassegnare le sue dimissioni dal PCI, malgrado il diverso consiglio di Einaudi, Calvino e gli altri: si sente isolato all’interno del partito e non recede. A Torino hanno l’impressione di un Giolitti “amletico, pieno di ambasce e di perplessità”. Forse si è già messo d’accordo con i socialisti, anche se lì corre il rischio di restare un bravo studioso. Calvino dice scherzosamente che così potrà aspirare a qualche sottosegretariato e sua moglie potrà fare da madrina in qualche varo.

Si discute di romanzo italiano. Calvino dice che la morte di Pavese e il silenzio di Vittorini sono stati un gran danno, perché sostituiti da Moravia e da Soldati, cioè da un “arretrato flaubertismo”. Rivendica l’originalità del Barone e del Visconte, mentre invece con i racconti si sente nella schiera dei Cassola e dei Pratolini. La futura funzione dello scrittore sarà quella di salvaguardare il privato, l’individuale. Nel frattempo i classici ci aiutano a chiarirci a noi stessi.

Il 24 luglio 1957 arriva la notizia che Feltrinelli è riuscito a mettere le mani sul dottor Zivago di Pasternak.

Calvino prepara la sua lettera di dimissioni dal PCI. Fa la sua storia di militante e dice che solo ora che col PCI  sta troncando ogni legame ufficiale, si sente in grado di scrivere da comunista. Renato Solmi critica il Barone e dice che Pasolini è l’unico che abbia capito il PCI e l’Italia in generale.

Il diario riporta anche per intero la lettera di Calvino a Togliatti del 3 ottobre 1957, perché al comitato centrale Togliatti lo aveva accusato neppure tanto velatamente verrà scritto una “novelletta” per buttar fango su partito, agli ordini dei giornali della borghesia. È una lettera molto abile, perché Calvino attribuisce le accuse ad alcuni malevoli che pensavano che Togliatti si riferisse proprio a lui. Critiche che in realtà si ritorcono contro di lui, troppo buono lettore per non capire il vero senso della Gran bonaccia delle Antille, perché certamente apprezza chi è capace di una sana dialettica interna. La scelta non è tra l’essere d’accordo su tutto oppure essere agli ordini della borghesia: queste contrapposizioni radicali appartengono a un costume politico che il PC vuole superare.

Il 5 ottobre arriva la notizia del primo satellite artificiale lanciato dai russi. Lucentini entusiasta (il lancio del satellite è un colpo tremendo ai miti religiosi, un’ascensione che annulla le altre mistico-religiose. L’Europa resta tagliata fuori con la sua cultura idealistica umanistica), Bollati meno: per lui il satellite è la consacrazione e l’esasperazione della guerra fredda. L’economia americana per restare in piedi ha bisogno di camminare sul filo della guerra: 60% dell’industria lavora per degli armamenti convenzionali. Ma proprio il lancio sembra dire agli americani che le loro armi convenzionali non valgono più nulla e che per loro l’Europa è soltanto un peso. Per Einaudi invece si vuol sostituire il mito Stalin con il mito Sputnik ma sempre per impedire alle masse di evolversi sul terreno della democrazia. Per Foà non c’è molto da rallegrarsi, perché la conoscenza del mondo oggettivo è progredita enormemente di più quella del mondo soggettivo. L’uomo conosce il mondo esterno ma non conosce stesso, e con il lancio questo squilibrio è ancora aumentato.

Il 24 ottobre vengono vengono soppressi i “Gettoni” su proposta di Calvino. Corre voce che da Mosca l’associazione degli scrittori abbia mandato un emissario da Feltrinelli per convincerlo a non pubblicare il romanzo di Pasternak. Domenica 27  tutti col naso all’insù a Dogliani per vedere il passaggio dello sputnik. È di colore azzurro splendente, grosso e  luminoso come Venere.

Muscetta vagheggia una nuova rivoluzione con la cacciata di tutti i vecchi dirigenti e l’uccisione a furor di popolo di Krusciov, che ha avviato la liberazione per frenarla subito dopo. Pare che possieda 50 servi, alla moda antica. Venturi sostiene che la Russia va di nuovo verso un regime autocratico, o  meglio vodkacratico, e mira all’espansione esterna.  Si comincia a pensare di pubblicare le parti della Cognizione del dolore di Gadda già edite su “Letteratura”. Anche la regina Maria José pare preoccupata dalle difficoltà economiche della casa editrice, così benemerita.

Il 14 novembre arriva Contini, ilare e contento.  Sta “defecando”, dice al suo solito modo immaginifico, due volumi di poeti del Duecento per il “Parnaso italiano”. Torino gli è parsa notevole e capisce perché solo qui possa esistere una narrativa italiana, anche se  non è una città italiana, così come Pavese non fa parte di una tradizione letteraria italiana. Ma anche Calvino non entra del tutto nella tradizione piemontese e pavesiana.

Novembre 1957, disappunto per il lancio del Dottor Zivago, grande occasione mancata. L’autore manda a Ripellino una foto in cui risulta dimagrito e smunto rispetto ad altre precedenti e Einaudi la fa mandare in giro per gli uffici dicendo: “Ecco la faccia afflitta di Pasternak alla notizia della pubblicazione del Dottor Zivago presso Feltrinelli”.  Gli einaudiani criticano la traduzione del romanzo e vorrebbero chiedere all’autore il permesso di ritradurlo.

Venturi racconta un aneddoto del ’49: una delegazione di scrittori cecoslovacchi completamente ubriachi vuole rendere omaggio a Pasternak anche se sono le tre di notte e tanto insistono che riescono a a farsi ricevere. Tra la sorpresa generale scoprono che anche Pasternak è completamente sbronzo.

Gennaio-febbraio 1958. Calvino torna da Parigi affascinato dalla Francia dopo quattro anni che mancava. C’è una gioventù straordinaria , paragonabile a quella che c’era in Italia negli anni ’45- 46”. “Io che non amo solitamente il prossimo, lì mi ci sento bene, veramente come fra amici””.

Si discute anche il Notiziario che secondo Einaudi deve essere culturale, seppure vivace, e non apologetico. Bisogna discuterne, “se no pensiamo sempre di essere chissà chi, sempre i più bravi”. Calvino si difende. Se lo facciamo noi, dicono che è apologetico, se facciamo fare gli articoli agli specialisti, dicono che sono barbosi… Si parla anche delle opere complete di Pavese e di una nuova collana, il classici moderni Einaudi, in carta india, un po’ stile Pléiade: eleganti ma non vistosi. Apprendiamo che il prezzo è stabilito moltiplicando per cinque i costi.

Riunione di intellettuali operaisti della sinistra comunista. Commenta Calvino: “E’ straordinario come siano i più lontani e staccati, in fondo, dalla classe operaia. Ragionano per schemi astratti e sono di una inconcludenza somma”.

Foà porta in casa Einaudi un giradischi per ascoltare un quartetto di Beethoven, ma lui pare poco interessato: si interesserà di musica quando avrà esaurito il suo interesse per le altre cose. Curioso, annota Daniele, che Einaudi, Pavese e Calvino siano completamente refrattari alla musica, chissà per quale ragione. Si comincia a parlare di classici letti da attori, Lucentini  è molto favorevole.

Bollati discute con Bobi Bazlen se è giusto illustrare Proust con Seurat. Si può fare, dice Bazlen, ma Seurat ha una capacità di sintesi che l’altro non ha: è una finestra abbastanza stretta, ” ha una mentalità da serva”  Non gli ha mai fatto una grande impressione. I suoi autori sono stati Kafka, Musil, Joyce. Lo Sputnik non lo interessa, non ha sentito nessuna modificazione. Per lui come per Bollati si tratta di normale progresso, non della materializzazione di un nuovo mito che può agire anche sul piano religioso. Insomma è un mito da ballo Excelsior, non un vero accrescimento. Bazlen far una grande impressione anche a Bollati, che prende da lui con generosità. Anche Contini poteva essere di quella razza fosse stato un po’ meno accademico. Poi vanno tutti quanti alla Fiera dei vini.

Il 31 gennaio Einaudi gli chiede di fargli leggere il diario, Daniele si imbarazza molto, ma non cede. Arriva la notizia della rottura fra Alberto Mondadori e suo padre. Arnoldo gli ha dato 150 milioni per fondare la nuova casa editrice con Giacomino Debenedetti. Pare voglia coinvolgere Vittorini. Per Foà, Vittorini prende delle cotte per scrittori che in quel momento servono a lui. Come editore non è granché. Per Einaudi bisogna utilizzarlo criticamente, anche gli americani non li ha scoperti lui. Da Milano arriva anche la notizia che Feltrinelli vorrebbe costruire in Italia le macchine elettroniche che vengono costruite solo in America dall’IBM o dalla Russia.

Il diario si chiude su una nota di scoraggiamento. È Bollati a riassumere lo stato d’animo di molti einaudiani: si sentono vecchi, gente in crisi, a cavallo tra un’età che scompare e una nuova alla quale si fa fatica ad adeguarsi. Come sono lontani anche quei valori in cui credevano! Lenin, il socialismo, lo stesso Gramsci stanno forse per essere travolti, se già non lo sono. Mi accorgo, dice Bollati, che è proprio il concetto di storia che sta saltando. “Se avessi le idee più chiare potrebbe farsene un saggio, uno studio persino interessante”.

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