Un viaggio nell’universo in compagnia di Tullio Regge

E’ una bellissima mostra, ad alto peso specifico, L’infinita curiosità,  inaugurata il 21 settembre nelle appena restaurate sale al piano terreno del Collegio dei Nobili, il palazzo che a Torino ospita il Museo Egizio e l’Accademia delle scienze (la Sala del Mappamondo è un gioiello che toglie il fiato e da sola vale il viaggio). L’hanno curata un bravissimo fisico, Vincenzo Barone e Piero Bianucci, scrittore e divulgatore scientifico dei meriti cui si parla in questa stessa home page. E l’ha finanziata, come anche il suddetto restauro, la Compagnia di San Paolo, che tanto ha dato e dà alla città.

La mostra si propone di avvicinare ad un visitatore di media cultura i grandi temi della fisica contemporanea (relatività, teoria quantistica, struttura della materia, cosmologia, particelle elementari) attraverso i maggiori protagonisti (Einstein su tutti, ovviamente: qui si scopre da una sua lettera autografa che padroneggiava benissimo l’italiano, retaggio del suo soggiorno a Pavia), in cui rientra anche il “nostro” Tullio Regge (1931-2014), anche lui autore di importanti scoperte e divulgatore appassionato.

Anzi, è un po’ lui il padrone di casa, il Virgilio che ci aiuta a passare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, così grande da risultare pensabile con qualche difficoltà. Non a caso la mostra si apre con un video in cui la camera stacca su Torino per sollevarsi in un volo rapidissimo, abbandonare il sistema solare, avventurarsi nel cosmo infinito e farci vivere il collasso di due stelle in un immane buco nero che se le inghiotte, emettendo onde gravitazionali che poi arrivano sino a noi. In mostra ci sono poi giochi didattici, macchinari, libri rari e rarissimi, pubblicazioni scientifiche, foto, documenti e quant’altro ci può aiutare a ripercorrere una vicenda in cui l’intelligenza umana ha dato e dà il meglio di sé.

Avevo sentito parlare per la prima volta di Tullio Regge come di uno dei grandi talenti della nostra fisica, di un vero prodigio, da Giulio Einaudi, che aveva antenne speciali per cogliere la primazia in qualsiasi campo. Erano gli anni ’60, Regge era stato appena chiamato a Princeton. Quando da Boringhieri, con cui ero andato a lavorare alla fine degli anni ‘70, pubblicammo le sue vivacissime Cronache dell’universo ebbi modo di scoprire che il maestro della relatività generale aveva interessi e curiosità vastissimi, e li metteva in collegamento tra loro attraverso elaborazioni fulminee, creando altrettanti fuochi d’artificio mentali. Come se non bastasse, suonava Bach al piano, studiava l’ebraico antico per il piacere di leggere la Bibbia in originale, dipingeva con il computer, si divertiva ad architettare pesci d’aprile scientifici. Ospite di un convegno in Cile ai tempi di Pinochet, s’era messo a cantare “El pueblo unido jamás será vencido”, gettando nel panico gli astanti.

Trasmetteva l’allegria della conoscenza. L’estrema semplicità del tratto, la disponibilità e lo humour bonario lo rendevano lontanissimo dal cliché dello scienziato altero, isolato dal suo stesso sapere. Nei suoi scritti divulgativi Regge ha avuto la (rara) capacità di avvicinare chi possieda una cultura soltanto letteraria a mondi di inarrivabile fascinazione intellettuale. Altro che freddezza della scienza. La sua divertita fantasia senza confini ha sempre conservato la freschezza di un adolescente che scopre il mondo, e si diverte a smontarlo e a rimontarlo.

Il ricordo più bello è legato a un’estate di trent’anni fa, quando riuscii a combinare un dialogo tra lui e Primo Levi, poi messo a stampa (oggi reperibile in edizione Einaudi). Davanti a un piccolo magnetofono si parlarono a cuore aperto: gli anni della formazione, i rapporti con la scuola, le letture, gli incontri, le responsabilità della scienza, il futuro dell’uomo, la nascita dell’universo, le ipotesi più recenti della fisica contemporanea, la fantascienza. Scrisse allora Massimo Piattelli Palmarini che sono pagine “da mettere in uno scrigno antiatomico e consegnare alla posterità o ad altri pianeti, come specchio di chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo”.

Con Regge ho capito che la maggior parte della narrativa contemporanea è scritta da patetici post-impressionisti, ancora convinti nel loro intimo che sia il Sole a girare intorno alla Terra e refrattari a capire qualcosa di scienza. Il vero romanzo intellettuale lo scrivono i fisici, i biologi, i matematici, con la loro sfrenata immaginazione: perché tanta ne occorre per avventurarsi in territori inesplorati. Agli strumenti toccherà poi verificare sperimentalmente l’esattezza delle congetture. Ma quello che gli scienziati ci fanno intravedere sono fascinosi abissi di conoscenza di cui non è necessario capire tutto. L’importante è alzare il naso da terra, dalle nostre infime e risibili occupazioni e preoccupazioni, dal nostro antropomorfismo che riduce tutto a una bega da cortile, per spaziare nei misteri cosmici, per dare aria al cervello. Spero che la mostra torinese sia molto visitata, e contribuisca almeno in piccola parte a innalzare indirettamente anche il nostro livello civile, mai così basso.

 

 

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