Roberto Calasso e la biblioteca come autobiografia

Offre ben più di quello che annuncia il titolo, questo amabile libro di Roberto Calasso, cha tralascia per un attimo le sudate carte delle sue ricerche attraverso i millenni per darci i frammenti dell’autobiografia di un lettore e di un bibliofilo, dall’andamento liberamente rapsodico, in quattro movimenti (Come ordinare una biblioteca, Adelphi). Non si tratta ovviamente di un trattatello di biblioteconomia, né ci vengono suggeriti metodi pratici più o meno rigorosi. Nessuna presunzione di irrigidire in un sistema di categorie destinate al fallimento una materia tanto gassosa e incontrollabile: quella delle passioni intellettuali, in specie se rivendicano il diritto di nutrirsi di letteratura, arte, scienze esatte e umane, e che, come ogni amore, si giovano anche di casi fortunati, di eventi imprevedibili. Una biblioteca resta un organismo vivente, mutevole e mutante, refrattario alle ingessature: “Ogni ordine non è che uno stato di sospensione sopra l’abisso”, come diceva Walter Benjamin. 

L’andamento in quattro movimenti è liberamente rapsodico, farcito di ricordi e di aneddoti, di improvvisi affondo, accostamenti e associazioni d’immagini. “Come ordinare una biblioteca è un tema  altamente metafisico”, attacca subito Calasso, stupendosi che Kant non si sia occupato di una questione capitale quale è quella dell’ordine, che sfida ogni filosofia passata e presente. Ma dichiara subito che i libri ammettono un ordine plurale, una rete di ordini interattivi. C’è quello geologico (per strati successivi), storico (per fasi, incapricciamenti), funzionale (connesso all’uso quotidiano), meccanico (alfabetico, linguistico, tematico). Dopo averli annunciati, Calasso li supera tutti d’un sol balzo, risolvendo la questione en artiste, e rifacendosi a un modello supremo e inarrivabile: quello di Aby Warburg, il gran maestro di studi mitologici, iconologici e simbolici, aperto a saperi dei dubbia fama come l’astrologia, e fondatore di una grandiosa biblioteca di 60.000 volumi che nel 1933, con l’avvento di Hitler, ebbe la chiaroveggenza di trasferire a Londra, e insieme a quella un nugolo di allievi che daranno lustro alla storia dell’arte, innovandola profondamente: Saxl, Panofsky, Klibansky, Wind e Wittkower.

Warburg organizzava i suoi libri accostandoli per affinità tematica e concettuale, come fossero i membri di una famiglia ideale, chiamati a dialogare, a interagire senza posa; o abitassero le stanze di un “luogo psichico”, come diceva lui; o costituissero un arcipelago di atolli felici. 

È il modello del “buon vicino” e  costituisce da solo una specie di auto-identikit intellettuale. Come tale può essere letto e interpretato da un osservatore esterno, che studiandolo sarebbe in grado di capire molto dell’autore. Ipotesi che parrebbe andare contro la privacy, Con qualche civetteria Calasso confessa di avvolgere i suoi volumi con la carta detta pergamino, molto usata dagli antiquari francesi, che li protegge dalla polvere, certo, ma li rende anche meno visibili, meno invadenti, più discreti. 

Se il vero lettore è quello che segue molti fili, costruendo un sistema di connessioni tra i vari comparti del sapere, non si negherà nemmeno quelli che Bobi Bazlen chiamava i “libracci”, i primi a finire sulle bancarelle, quasi mai nei cataloghi antiquari: occultismo, molto Egitto, pornografia, parapsicologia, tarocchi, gialli, memorialistica. Nulla di più noioso di chi pretende di fare solo letture di altissimo livello. Nei retrobottega di chi ospita  “libracci” o dispese accademiche si possono fare anche ghiotte scoperte, perle rare: un estratto di uno scritto di Freud con dedica autografa dell’autore; o il rarissimo Cavalcanti annotato da Ezra Pond, e pubblicato in modo quasi anonimo.

Le divagazioni di Calasso vanno poi dalla filosofia delle collane (che possono offrire al lettore una segnaletica precisa, quando sono ben caratterizzate, come i Saggi Einaudi, la Biblioteca Adelphi, i titoli di linguistica e strutturalismo del Saggiatore di Alberto Mondadori o quelli della Fondazione Valla) all’importanza delle prime edizioni (che ci possono raccontare molto del contesto in cui videro la luce, ad esempio nel caso del primo libro di Kafka); o ai raffinati piaceri offerti dalla London Library, quando era gestita come un club molto esclusivo.

Il criterio del “buon vicino” vale anche per le riviste. Nella seconda sezione del libro, Calasso ci dona una  gustosa breve storia delle riviste letterarie tra le due guerre: raffinate sino alla sofisticazione e allo snobismo: “Commerce” del trio Valéry, Larbaud e Fargue, ben supportati da una munifica mecenate quale Marguerite principessa Caetani (che nel dopoguerra creerà in Italia “Botteghe Oscure” – niente da fare con il PCI); “Révolution Surrealiste”, volutamente squillante, esibizionista e provocatoria; “Littérature”, che si presentava come un compendio di tutto quello che non si deve fare, ma ospitava all’interno della sua redazione  le solite guerre tra vecchi poteri (Gide, Valéry) e giovani emergenti (Breton). 

Come ordinare una libreria? L’ultimo pezzo della raccolta contiene una proposta originale. Se nessuna catena di libreria può competere con gli sterminati magazzini di Amazon, la formula del grande emporio generalista non può funzionare. Meglio puntare sulla qualità, fare della libreria un club per intenditori, selezionare i titoli, mettere in bella evidenza gli autori che contano davvero offrendo la loro produzione tutta intera, sollecitare le curiosità, superando le divisioni per generi. Dunque puntare sui cataloghi, non sui “libri di passaggio” che si estinguono in due mesi. I libri brutti che però si vendono possono stare in spazi appositi e pile adeguate; ma meglio evitare quello che rappresenta un inutile ingombro. Qui la capacità di scelta del librario sarà decisiva. Se nemmeno questo sarà sufficiente, vorrà dire che il libro in sé non basta più, che abbiano superato il punto di non ritorno. Adesso che bisogna reinventare molte cose, l’intero mondo del libro è chiamato alla sua prova più difficile. Con l’augurio che sappia guardare indietro, alle esperienze che hanno ancora qualcosa da insegnare. 

 

“La Stampa/Tuttolibri”, 20 giugno 2020

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