Nel backstage del mondo dei libri con Antonio Franchini

Come nel gioco infantile “Dire Fare Baciare”, Leggere Possedere Vendere Bruciare (Marsilio) intreccia le tante possibilità con cui possiamo vivere i libri come lettori, autori, produttori, venditori e perché no, portatori di pulsioni autodistruttive (Virgilio, Belli, Gogol’ e Kafka ne sono i più illustri campioni). Giunto all’età dei bilanci, Antonio Franchini, dirigente editoriale di lungo corso e sperimentata bravura, racconta questa molteplicità di approcci e prospettive con una malinconica indulgenza per le umane debolezze, un disincanto ironico che non offusca una saggezza ormai pacificata, accordata sui tempi lunghi della vita e della storia. Restando fedele all’etica del lavoro ben fatto e dell’onestà professionale, di una dedizione paga di se stessa.

Dunque un’autobiografia in quattro tempi per interposti libri, ad alto tasso di understatement, in cui parlano il bambino che fa scoperte emozionanti destinate a segnarlo, e il funzionario editoriale alle prese con una montagna di dattiloscritti da cui pescare, le poche volte che va bene, la perla rara.  Il primo (bellissimo) racconto, Lettera a mio padre, tocca il tema della bibliofilia e del collezionismo, delle sue imprevedibili motivazioni, del tenere e del buttare, dello speciale rapporto che si crea con l’oggetto delle proprie passioni e di come evolve nel tempo. Quando muore un padre, che fare di un’intera libreria i cui volumi sono diventati cadaverini impolverati, dagli elegantissimi tomi di Franco Maria Ricci rilegati in raso nero ai poveri libri comperati solo perché gli facevano pena?  Le eredità obbligano a fare i conti con il vissuto famigliare, con il non detto, gli atti mancati.

Lettore di manoscritti (apparso su “Nuovi Argomenti” nel 1998), racconta le fatiche, i dubbi, le nevrosi (e se ti càpita di bocciare un altro Gattopardo?) e le responsabilità di chi è chiamato a setacciare una montagna di dattiloscritti per lo più mediocri o infimi, in cui si può anche trovare perfino una Divina Commedia attualizzata. Leggere il dattiloscritto di un ignoto è “come dover spartire la stanza da letto con uno sconosciuto”. E provare sollievo quando dopo due pagine ti accorgi che non funziona. In che misura occorre spogliarsi del gusto personale per inseguire le ragioni del mercato, con il rischio di cadere prigionieri del cinismo?  L’eccessiva vicinanza con un testo o con autore finisce per produrre indifferenza e assuefazione, così che “alla fine il bello finisce per mostrare qualche pecca e il brutto non è poi così brutto”. Tuttavia anche in un brutto libro c’è sempre qualcosa da salvare. Quello che piace a una generazione è ignorato da un’altra. “Raramente sappiamo vedere la grandezza”, dice Franchini. Ma poi, sbagliamo davvero? Di rifiuti clamorosi il dopoguerra ne registra soltanto due, Tomasi di Lampedusa e Morselli, entrambi pubblicati, alla fine. E poi: quasi tutti i grandi critici dell’Otto e Novecento hanno dimostrato una singolare incapacità di valutare i contemporanei. Da cui una possibile conclusione: “La scrittura è un mercato. Non necessariamente un turpe mercato, ma un onesto, decoroso, sofferto mercato”.

Vent’anni dopo molte cose sono cambiate, i social hanno fatto irruzione con il loro nevrotico esibizionismo, i grandi successi sono diventati come le piogge tropicali, allagano per breve tempo il terreno e non lo nutrono, non entrano nell’immaginario collettivo. Tutto resta in superficie, ridotto al consumismo dell’usa e getta. Franchini scopre che l’essersi dedicato agli inediti ha finito per plasmare la sua idea di letteratura: non più un dono elargito, ma “solo qualcosa da fare”, un lavoro assai simile all’arte dell’ostetricia. Una funzione di servizio.

La storia dell’editoria è materia labile, lascia poche tracce, spesso si gioca nell’oralità. Dotato di ottima memoria, Franchini porta in scena aneddoti e personaggi irresistibili di una presunta età dell’oro: come don “Mimì” Rea che lotta per lo Strega con virulenza plebea, e Pietro Cheli, giornalista culturale, prima con Montanelli e poi a “Diario”, provocatorio ed eccessivo in tutto (la mole smisurata, gli scherzi telefonici, la ferocia giustizialista con cui marchiava a fuoco i “poveri stronzi” ancora prima che si manifestassero come tali).

Dove Franchini si diverte a sfrenare il suo talento di narratore è nelle Memorie di un venditore di libri, categoria di cui nessuno parla mai. Una Vienna innevata e kitsch, in cui si tiene una convention di venditori in una piramide che simula un ambiente tropicale, fa da sfondo agli strepitosi monologhi, in un napoletano degno di Eduardo, di Procolo Falanga, pessimista a oltranza (i libri non si sono mai venduti, neanche ai tempi della “gloriosa Medusa”).  I bestseller li chiama betseller, storpia marketing in marteking, ma ha elaborato un’infallibile conoscenza degli uomini e del mercato, che lo porta a distillare verità elementari, con cui ridicolizza la vanità, “più forte della vocazione”, di tanti autori che producono soltanto rese. Se in questi tempi grami volete ridere di cuore, come non vi capitava da tempo, non perdetevi la gaia scienza di Procolo Falanga.

“Il Sole 24 Ore”, 17 aprile 2022

 

 

 

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