Lorenzo Mondo, il padre delle colline

Si intitola I padri delle colline il romanzo con cui nel 1988 Lorenzo Mondo si era cimentato nella narrativa, esordiente di piena e convincente maturità, dopo tanto esercizio critico. Di quei padri fondatori, solidi, misurati, sapienti senza darlo a vedere, modesti, risolti nell’eticità del loro scrupolo artigianale, fa parte anche lui, figura rassicurante e protettiva, cui ricorrere quando si tratta di orientarsi in tempi confusi. Aveva raccolto in Questi piemontesi le pagine che aveva dedicato agli scrittori più amati: Pavese, Primo Levi, Fenoglio, Arpino, Vassalli, Soldati, dove la lucidità dello sguardo nasceva proprio dalla famigliarità, da un senso profondo di appartenenza e condivisione. Quasi una sorta di autobiografia per interposti autori, nel segno degli stessi valori: la conoscenza approfondita dei testi, il rifiuto di gabbie metodologiche o peggio ideologiche, la scrittura scavata, martellata. La letteratura come nutrimento civile.

In fondo poteva anche essere un racconto di Pavese il modo con cui il giovane Mondo, all’apparenza un po’ ruvido, schietto, diretto come certi suoi personaggi, aveva trovato la sua vocazione. All’università era arrivato piuttosto tardi, perché lavorava già per mantenersi. Frequentava poco le lezioni (pensava di laurearsi con Walter Maturi su Storia del Risorgimento, che era appunto un modo di scavare nelle radici) ma ad un seminario su Marino aveva avuto un incontro con Giovanni Getto, altra bellissima figura di padre delle colline. Spesso accusato di superbia e arroganza baronale, il grande italianista lo confessa, sprona, incoraggia. Saputo che ama Pavese, lo invita a scriverci una trentina di pagine, e lo introduce nella confraternita che ha saputo creare: a sera ospita nel suo studio gli allievi più promettenti per un amichevole dialogo maieutico. Ci sono, tra i tanti, Magris, Beccaria, Davico Bonino. L’approccio di Mondo è così convincente che diventerà una tesi di laurea, poi pubblicata da Mursia nel 1961. Era in pratica il primo libro su Pavese, ed è presto diventato una bussola irrinunciabile, cui nel 2006 si è aggiunta una biografia, Quell’antico ragazzo, (ora riedita da Guanda), dove la freschezza del racconto si mette al servizio di una comprensione in cui arte e vita si illuminano reciprocamente.

Era stato proprio Getto a consigliare a Mondo di non pensare all’università, di cercarsi un lavoro. Lui aveva trovato alla “Gazzetta del popolo”, dove curava un “Diorama letterario” così eccellente che Giulio Debenedetti, altro presunto burbero, lo aveva chiamato a  “La Stampa”. Gli impegni giornalistici non gli facevano dimenticare i “suoi” autori. Con Italo Calvino aveva gestito il complesso cantiere da cui erano usciti presso Einaudi i due volumi delle Lettere di Pavese, importanti per approfondire il profilo dello scrittore e dell’editore. Proprio durante il lavoro sui manoscritti pavesiani Mondo si era imbattuto nel perturbante Taccuino segreto del 1942-43, fonte di non pochi imbarazzi e di dubbi trentennali. Deciderà di pubblicarlo solo nel 1990 su “La Stampa”, come documento di un breve momento di confusione e smarrimento che è stato di molti. Ma è anche vero, diceva, che da quelle pagine storte e umorali sono nate le pagine più alte, quelle finali, di La casa in collina.

Non meno proficui i lavori su Fenoglio. È stato Mondo il primo a districarsi nel labirinto delle carte dell’”inglese di Alba”, che saranno oggetto di furibonde scaramucce filologiche, consentendoci nel 1968 di leggere un capolavoro del ‘900, Il partigiano Johnny. Una serie di casi fortunati poi (ma la fortuna spesso ci vede benissimo) lo aveva portato ad acquisire gli Appunti partigiani, scritti sul rovescio dei conti della macelleria paterna, finiti in una discarica dopo uno sgombero di cantine, e preziosi per definire una più esatta cronologia di un’opera tanto tormentata. Una grande soddisfazione, per Mondo, che si riconosceva nell’impavida integrità dello scrittore.

Una certa aura pavesiana e fenogliana si ritrova anche nel Mondo narratore, che non a caso privilegia gli anni della guerra partigiana come momento-chiave della nostra storia recente. Per il ragazzino cresciuto nel fascismo e rifugiato in Monferrato con la famiglia, il crollo del regime e la guerra civile diventano riflessione accorata sull’aggressività della specie umana, sulla fine delle illusioni giovanili e lo spegnersi di una speranza di palingenesi, ma anche l’inizio di un percorso di maturazione. Ma le colline sono anche una irrinunciabile stratificazione di storie, leggende, figure epiche, mistiche, o strampalate: il racconto ci salva dalle mistificazioni della Storia. Agli anni della guerra in Monferrato e del dovere di nuove responsabilità Mondo è tornato anche nel recente Felici di crescere (Sellerio, 2020), breve romanzo di formazione, ormai disteso e placato, che ha il sorriso complice e appena malinconico di Gozzano, nel segno di una serena accettazione delle violenze, dei misteri e dei doni della vita.

Ai dilemmi del suo tempo il Mondo narratore ha sempre guardato con un disincanto che non nascondeva la speranza di un riscatto. Ne Il passo dell’unicorno (1991) cinque amici di varia estrazione si ritrovano in un albergo di montagna per discutere le patologie dei nostri anni degradati, dai massacri che si ripetono allo sfacelo del pianeta, per concludere che solo la forza e la grazia delle donne salverà il mondo. E oggi che abbondano i falsi profeti ci sembra di poter capire meglio Il Messia è stanco (2000), storia ottocentesca di un giovane prete della Val d’Ossola, che si proclama nuovo Gesù e seduce migliaia di fedeli ingenui e creduloni. Diceva Getto che gli scrittori importanti si riconoscono per l’umanità e lo stile. Una cifra che abbiamo sempre trovato in Lorenzo, fedele alla lezione del maestro e dei suoi amati piemontesi.

“La Stampa”, 20 aprile 2022

 

 

 

 

 

 

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