L’uomo che piantava libri. Vent’anni senza Giulio Einaudi

Giulio Einaudi ci ha lasciato vent’anni fa, il 5 aprile 1999. Così lo ho ricordato sul “Corriere della sera” del 3 aprile (edizione di Torino).

“È l’uomo più intelligente che abbia conosciuto. Un capitalista di tipo speciale. Non mira ad accumulare profitti. Accumula prestigio”. Questa la lapidaria definizione di Giulio Einaudi che Giulio Bollati, suo braccio destro per tanti anni, mi ha consegnato quando sono entrato in casa editrice nel lontano 1963.

Al prestigio si può arrivare cercando di fare di ogni giornata un’occasione di scoperte, incontri memorabili, divertimento. Come un philosophe settecentesco, Einaudi mirava nientemeno che alla felicità: “Il lavoro editoriale come lo vedo io: non tutti imbavagliati a remare nelle galere, l’editoria non può essere un lavoro forzato. Se è un lavoro in libertà lo fai più volentieri, no? Forse lo fai con un po’ di felicità, non credi? Non è appunto un lavoro che dovrebbe essere felice, questo?”. 

Il terzogenito del senatore Luigi Einaudi aveva due fratelli più grandi, un economista e un architetto, autentici fenomeni, due primi della classe. Lui invece a scuola non va benissimo, lo rimandano a ottobre, e Massimo Mila gli dà ripetizioni. Come sfidare padre e fratelli tanto eccelsi? Giulio ci prova per interposto gruppo, fonda una casa editrice coinvolgendo i sapienti amici del D’Azeglio, Leone Ginzburg e poi Cesare Pavese in testa a tutti. Hanno vent’anni e un coraggio da leoni, perché pensare al dopo nel 1932, in pieno fascismo trionfante, rasenta la follia, e si paga con il carcere. Vogliono fare libri non conformisti, non allineati, capaci di leggere criticamente la Storia per meglio progettare il futuro.  Lavorano felici persino sotto le bombe, non perché sono degli esteti della catastrofe,  ma perché intravedono la fine della barbarie.

C’è un’idea del suo illustre padre che il giovane Giulio ha fatto sua: come la democrazia, anche l’editoria ha bisogno di una forte dialettica interna, di discussioni vere e serie, confronti serrati. Ogni protagonista, come Pavese, aveva bisogno di un antagonista del suo livello, e Einaudi glielo procurava: interlocutori, sfidanti, avversari ideali. La storia della casa editrice, diceva, è quella di un collettivo formato da intelligenze molto diverse tra di loro e magari conflittuali, e tuttavia unite dal senso profondo del lavoro che si faceva, e che si nutriva proprio delle diversità di ognuno. Sta qui, nel rifiuto delle strutture gerarchiche a piramide, del capo unico e dei sottoposti che si riducono a degli yes-man, nella tensione di un laboratorio sempre in progress il senso vero e profondo dell’einaudianità, e della sua grandezza.

Diceva Einaudi: editoria è conoscenza degli uomini. È la capacità di motivare i collaboratori, di stimolare la loro intelligenza, provocarla, sino a farla diventare produttiva. Come direttore d’orchestra, Einaudi è stato impareggiabile nel bilanciare le spinte contrapposte, nel tenere gli equilibri. Gli sono stati rimproverati capricci e dispotismi, ma i suoi scatti non erano mai gratuiti, miravano a migliorare il gioco di squadra e il risultato finale. 

Correre senza fermarsi, non accontentarsi mai, guardare sempre avanti, rilanciare la posta, inseguire orgogliosamente il massimo della qualità, scommettere sui giovani talenti. Si alzava ogni mattina con la stessa idea: trovare uomini e libri capaci di modificare la nostra percezione del mondo. Uomo di antenne infallibili, viveva di continui innamoramenti intellettuali, fulminei e imprevedibili come ogni vera passione. Cercava gli eccentrici, gli originali,  gli ibridatori, i provocatori. 

L’intuizione delle potenzialità che si annidavano in un nuovo arrivato gli scatenavano una sorta di fredda frenesia di possesso destinata a durare fino alla conquista successiva, ma anche a riattivare l’inventività delle vecchie concubine dimenticate che soffrivano nell’ombra, in silenzio. Per la sua diabolica bravura di regista, questa continua fibrillazione, questa editoria reinventata nei fuochi d’ogni giorno ha prodotto un catalogo che per decenni è stato la vera università degli italiani. 

Negli ultimi anni aveva dedicato la sua creatività anche alla botanica. Anche lì era rigoroso e intransigente.  Le sue rose dovevano essere le più belle e rare, anzi introvabili. Immagino la sofferenza che deve avergli procurato la vista delle meraviglie del parco di Villa Frescot, a Villar Perosa, in occasione del suo unico incontro con l’Avvocato. Sì, Donna Marella aveva la moyesii, la Dorothy Perkins e una gigantesca roxburghii, una rosa che potrebbe prendere l’Oscar come migliore attrice protagonista, come dice Paolo Pejrone. Ma lui aveva ben altro…

Detestava tutto quello che era esotico, che faceva moda, che era lezioso: le «piante da signora» (niente ortensie, troppo “noiose”), l’ordine ottocentesco, così prevedibile, ma anche la flora mediterranea che stona nel severo codice botanico del Piemonte. Difatti a Dogliani piantava ciliegi da fiore, sorbi, piante da bacche; rose e rosmarini in abbondanza. 

In fondo ha sempre piantato libri, Giulio Einaudi. Per questo ci manca. Dalla palude in cui siamo sprofondati  possiamo misurare la distanza che ci separa da quello che, nel suo raffinato snobismo, è stato anche un maestro di vita civile.

 

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