Se questi sono uomini. Se è finito il tempo della vergogna

Presentando giovedì 21 febbraio al campo di Fossoli, da dove 75 anni fa Primo Levi partì per Auschwitz, la superba lettura che Fabrizio Gifuni ha fatto del primo capitolo di Se questo è un uomo, ho detto che  mai nella storia della civiltà è stato fatto e si fa ogni giorno un uso così sciatto, volgare, cinico, truffaldino e in definitiva spregiativo del linguaggio, ridotto a pochi lemmi svuotati di autenticità, abbrutito dal turpiloquio, usato per le furberie di una sorta di gigantesco marketing di massa che mira a ingannare milioni di creduloni e di odiatori.  Murati nell’eterno presente delle orribili favelle dei social, ci stiamo rassegnando a vivere nello squallore di una miseria linguistica che è sinonimo di miseria morale e civile. Nel frattempo il sapere e l’esercizio della ragione  sono diventati una colpa e l’ignoranza una virtù del popolo.

Se linguaggio è la prima e più sensibile spia dello stato di salute di una società, l’allarme è scattato da un pezzo, ma non sembra destare particolari preoccupazioni. Eppure l’antidoto ce lo la fornito lo stesso Primo Levi, e coincide con le qualità professionali del chimico che lui era: l’attitudine a pesare, misurare, distinguere, filtrare, sperimentare, sottoporre a sempre nuove verifiche i risultati che ci sembra di avere raggiunto. Dunque il rigore analitico, la precisione, la capacità di imparare dagli insuccessi, la tenacia, la progettualità, ma anche l’estro combinatorio, la curiosità creativa che spinge a testare nuovi modi di mettere insieme gli elementi del sistema periodico.  

Nello stesso giorno di Fossoli si è parlato del centenario della nascita dello scrittore torinese a “Fahrenheit” di Radiotre, trasmissione che sappiamo seguita da un pubblico colto e competente. Ebbene, alcuni ascoltatori hanno mandato alla conduttrice messaggi che lei ha giustamente reso pubblici: “Basta con questi ebrei, dovete far cultura e non politica”. Come se Levi non fosse una delle espressioni più alte della cultura del Novecento, un patrimonio dell’umanità, un inno alla gioia della conoscenza, una bussola nella crisi di civiltà che stiamo attraversando, temo colpevolmente subendo. Come e perché è stato possibile arrivare a questo punto? Una cosa è certa: non possiamo più restare acquattati in silenzio nella zona grigia di quelli che per la buona pace fanno finta di non vedere, di non sapere e di non capire.

Ha scritto Massimo Gramellini sul “Corriere della sera”: “C’è gente che sta male, lo sappiamo, e quando stai male con te stesso ti accanisci sul diverso. Ma di solito lo cerchi tra i bersagli piccoli, a portata di mano. Quando cominci a non avere più rispetto nemmeno dei giganti, significa che si è verificato un salto di qualità. Il tempo della vergogna è finito ed è cominciato quello dell’ostentazione delle proprie viscere, favorito da una clima politico e culturale che rende guidabile persino l’indicibile”.

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