Il tram di Kafka. Una bellissima detective story di Adriano Sofri.

Si può arrivare a Kafka anche in tram. Detta così, sembra una battuta goffa e doppiamente fuori posto, perché tocca un autore di culto. Ma il tram ha una funzione rilevante nel Kafka del 1914-15 che scrive il suo racconto più famoso, La metamorfosi. È il titolo con cui ha sempre circolato in traduzione: certamente suggestivo, per gli ovvi rimandi a Ovidio, ma impreciso, perché il tedesco Die Verwandlung significa propriamente “trasformazione”, che è voce più tecnica (Kafka lavorava al ramo infortuni delle Generali, sede di Praga). 

Come ci si imbatte in questo tram? Adriano Sofri compera al modico prezzo di € 2 La metamorfosi nell’edizione della gloriosa BUR, 24ª ristampa, 2001, traduzione di Anita Rho, introduzione di Giuliano Baioni, testo originale a fronte. A pagina 92 scopre qualcosa che non funziona  anche per chi come lui dichiara di essere un eterno apprendista del tedesco: laddove la traduzione parla dei “riflessi lividi della tranvia elettrica” (Strassenbahn) sul soffitto e la parte superiore dei mobili della  stanza in cui il povero Gregor, trasformato in “enorme insetto”, si trova prigioniero, l’originale parla di lampioni, di electrischen Strassenlampen. Possibile che la grande Anita, e con lei vari traduttori di mezza Europa, abbia potuto prendere un tale abbaglio? Tanto più che quella sua traduzione del 1935 è stata ripresa da Adelphi, che in fatto di testi kafkiani è persino più rigorosa del solito. 

Ce n’è abbastanza per mettere in moto una detective story filologica, critica e storica (Una variazione di Kafka, Sellerio 2018). Sofri filologo non è, ma la passione del dilettante curioso (nel senso che si diletta senza secondi fini) può vedere meglio persino dei più sofisticati strumenti specialistici. E le scoperte che va facendo appassionano sempre di più lui medesimo e il lettore, anche per via di un amabile garbo espositivo che lo rende immediatamente amicale. Anche perché dietro a questa intricata vicenda che coinvolge editori, traduttori, redattori, critici, studiosi ci sono esseri umani portatori di storie romanzesche, come quella della prima traduttrice in assoluto de La metamorfosi, la spagnola Margarita Nelken, che la pubblica (anonima) nel 1925 sulla madrilena “Revista de Occidente” .  Della sua traduzione  si impossesserà un po’ loscamente nientemeno che Borges (magari se la  sarà lasciata attribuire per comodità e pigrizia), cosa che gli procurerà qualche imbarazzo negli ultimi anni, quando  la verità verrà a galla. Anche questo è un gustoso racconto nel racconto. La Nelken, intellettuale, scrittrice e coraggiosa militante politica a tutto campo tondo, è una delle figure femminili di maggiore spicco nella cultura spagnola della nella prima metà del Novecento, anche se oggi ingiustamente dimenticata. 

Sempre più infervorato, Sofri scopre grazie a Google che del racconto esiste una seconda edizione datata 1917, ma uscita l’anno seguente, in cui i lampioni diventano appunto un tram elettrico. È dunque da lì che che hanno tradotto la Rho e certi suoi confratelli, ma chi ha operato la variante, lo stesso autore o un qualche redattore? Qui le strade dei curatori dell’edizione critica e di agguerritissimi studiosi divergono. A Sofri non resta che passare al setaccio le altre opere, i diari, le lettere che scambiate quasi freneticamente con l’amata Felice Bauer, ogni altra anche minima prova documentaria, ivi inclusi i film che Franz vedeva all’epoca e in cui, vedi caso, compare proprio il tram che passa sotto casa.  

Sofri è  convinto, e il lettore tifa per lui, che quella sia una correzione d’autore. Le luci mobili e un po’ sfrigolanti che il tram n. 3 proietta sulle pareti della stanza di Gregor, evocando un movimento e una libertà che a lui sono ormai negati, risultano molto più suggestive e funzionali delle smorte luci di un lampione qualunque. 

Che sul significato di due parole e sul mobile gioco di tante traduzioni, che si incrociano, oppongono e sovrappongono, sia possibile costruire un racconto così coinvolgente anche per un lettore non specialista è il piccolo miracolo di cui dobbiamo essere grati all’autore. E doppiamente, in tempi così grami per l’acume critico, l’intelligenza, la scrittura e il gusto.

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