Renata Colorni, o delle virtù oblative del traduttore

La traduzione non è un lavoro che riguarda soltanto una specifica  corporazione: investe una questione centrale, la comparazione e il confronto tra sistemi linguistici e culturali, cioè il cuore delle civiltà. È “un lavoro che va a fondo della conoscenza”, come scrive Renata Colorni, che ora ha affidato a una raffinatissima plaquette il racconto confidenziale della sua lunga, benemerita e pluripremiata esperienza di traduttrice (Henry Beyle, pp. 104, con otto immagini applicate a mano, Euro 70,00). Gli ha dato come titolo Il mestiere dell’ombra, di voluto understatement. In realtà il traduttore è un co-autore a tutti gli effetti, ma senza l’egoismo narcisistico e un po’ predatorio dell’autore. Semmai la sua natura è “oblativa”, materna, quella che tutto dà senza chiedere, come ha detto splendidamente la stessa Colorni. Che dopo studi di filosofia medioevale a Milano ha trovato la sua vocazione nella curatela delle Opere complete di Sigmund Freud (fascinoso scrittore, come è noto), complice quel grande editore che era Paolo Boringhieri. Lì, magari duellando con Cesare Musatti, che il tedesco non lo conosceva troppo bene, si è appassionata alla psicoanalisi e alla traduzione letteraria. Che poi si sovrappongono naturalmente, perché certe versioni sono anche delle sedute analitiche che ti mettono a nudo.

Passata in Adelphi, ha “riscritto” Canetti, Bernhard, Dürrenmatt, Joseph Roth, Schnitzler, Werfel, ed è infine approdata alla direzione dei “Meridiani” Mondadori (dove tra l’altro ha scalato a settant’anni La montagna magica di Thomas Mann, “testo intensamente erotico e musicale”), sempre convinta che la buona editoria si fa con le buone traduzioni. Dove ha dovuto praticare anche la difficile arte della revisione del lavoro altrui, quel “fare le pulci” un poco odioso che si configura come un doppio salto mortale. Poco interessata alle teorie, crede solo in parte all’efficacia dell’insegnamento della traduzione, perché il talento non si può insegnare, ma solo affinare.

Nessuno meglio di lei, dunque, per disegnare il profilo e i dilemmi di questo “strano animale, timidissimo e protervo, schivo e temerario” che è il traduttore, trappista che non si attende né fama né denaro. Un “artista camaleontico e libertino”, obbligato a dimenticarsi di sé, disposto a restare invisibile, forse un po’ masochista, ma di “enorme curiosità e generosità”, appagato di poter ascoltare più voci e più vite. Consapevole, sino a un orgoglio luciferino, che il suo è il lavoro di un grande interprete, proprio in senso musicale, senza il quale non si dà musica.

“La Stampa”, 13 novembre 2020

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