Quel che la Talpa ha da dirci sul futuro prossimo

C’è un vasto catalogo di animali emblematici, che discendono per li rami dalla favolistica classica, nei libri di Paola Mastrocola: dalla gallina volante degli esordi a pecore, lupi, cavalli, asini, tutti chiamati in vario modo ad incarnare caratteri umani, a dare sostanza all’apologo. La new entry è una talpa diarista, in cui l’autrice non ha difficoltà a riconoscersi: appartata, ombrosa, solitaria, riservata, estranea alla finta socialità del branco, ma disposta a discutere e discutersi gentilmente, a lodare la diversità degli altri, di quelli che corrono come indemoniati negli spazi aperti (Diario di una talpa, La Nave di Teseo, pp. 202, euro 18,00).

È noto come la talpa abbia goduto di prestigiosi utilizzi letterari: dall’Amleto, in cui il “pallido prence” dà della vecchia talpa allo spettro del padre, “bravo minatore” che si muove con insospettabile rapidità, a Karl Marx, che la paragona alla rivoluzione che proprio con i suoi accorti scavi prepara l’uscita allo scoperto; a Primo Levi che, incantato dalla sua ingegnosità (è il solo animale di cui si possa accarezzare la pelliccia contropelo) le dedica una poesia e una intervista immaginaria.

Dunque un animale perfetto, nella sua attitudine riflessiva, per meditare sugli sconquassi epocali che la pandemia ha introdotto nelle nostre esistenze, aprendo una raffica di interrogativi cui non siamo preparati a rispondere. Sono quelli che agitano il diario dei tre mesi di lockdown, in cui la libera scelta della talpitudine individuale, che è un lusso di pochi, diventa isolamento di massa, costrizione penosa, sospensione esistenziale, in cui diventa difficile anche scavare le gallerie dell’anima.

La pandemia – riflette la talpa- ha un primo e immediato effetto perverso. Introduce le grandi categorie della diversità di trattamento: i pochi Indispensabili (autisti, commessi dei negozi essenziali, macellai, giornalisti), gli Utili ma non Indispensabili (baristi, professionisti, negozianti, sportivi, attori, ecc.), gli Inutili perché improduttivi (pensionati, anziani, precari, senzatetto), trasformati in untori. Seguono a ruota il bombardamento di “nauseabonde litanie retoriche” (com’è bello dedicarsi alle pulizie di casa, occuparsi dei compiti dei bambini, fare il pane e le torte), l’invito a coltivare la propria interiorità e a leggere (ma ci si riesce poco e male), la retorica buonista del “tutto andrà bene”, la distanza sociale che diventa il banco di prova del buon cittadino, un massimo di notizie che alimenta un massimo di confusione e di dubbi, le scuole trasformate in acquari, in cui il vetro degli schermi dei pc fa dei docenti altrettanti pesci boccheggianti.

Più che darci una cronaca di mesi travagliati, il diario della talpa si occupa del futuro prossimo. È una raccolta di appunti filosofici di tono confidenziale che investono i cambiamenti introdotti nelle nostre vite dal “fiato d’aura maligna” di cui parla profeticamente Leopardi a proposito dello sterminator Vesevo. La morsa dei blocchi si è allentata, ma ha lasciato come un freno, un’attitudine al distacco, un senso di triste prudenza. Siamo tornati liberi, ma da cosa, e per fare cosa, esattamente? Forse la vera libertà di cui siamo carenti è quella interiore. Ripartire, ma per dove? Verso un’interiorità che abbiamo smesso di coltivare? Siamo, dice la Mastrocola, come i cavalieri e le dame che il mago Atlante dell’Orlando furioso aveva rinchiuso nel castello fatato insieme a Ruggiero. Una volta spezzato l’incantesimo, gli ospiti si ritrovano in una pianura desolata in cui si aggirano sperduti. Fuori dalle “superbe stanze”, la nuova “franchezza” li lascia spaesati, li priva di un “gran piacer”.

Ci attende una vita di molti doveri e pochi piaceri, come negli anni ’50: appartata e un po’ penitenziale, tutta in levare, all’insegna del meno. Addio consumismo spensierato da cicale bulimiche. Obbligati per prudenza o per paura a tornare a costumi di sobrietà, produrremmo una decrescita infelice. Saremo dunque costretti a cantare le lodi della frivolezza e dell’edonismo reaganiano, come si diceva una volta? Il sistema ricattatorio che abbiamo messo in piedi e che ci andava così bene non sembra consentire una vera palingenesi. Ma il lascito più velenoso della pandemia sarebbe abbracciare in massa l’isolazionismo delle talpe: rinunciare a uscire dalla tana, a misurarci con una realtà quotidiana tutta da reinventare, in cui, suggerisce Mastrocola, potrebbero tornarci utili le attività manuali, il bricolage che abbiamo sempre delegato ad altri. O più in generale, il coraggio di utopie la cui grandezza e piccolezza dipende solo dagli occhi di chi le guarda.

Tra le reinvenzioni in cui possiamo cimentarci c’è anche quella di arricchire la scrittura (chi può e chi sa) con inserti figurativi che dialoghino strettamente con quella, così da costituire un ipertesto unico. Questo diario ipogeo si segnala proprio per la riuscita compenetrazione tra testo e gli svelti disegni della stessa autrice: sul filo di uno humour scettico e disincantato conferiscono alla talpa la sentenziosità acidula di Woody Allen. La Mastrocola ne aveva già dato prova qualche anno fa illustrando un apologo di chi scrive, che aveva anche quello per co-protagonista una talpa che è un po’ la sorella maggiore della diarista di adesso (Storia di Quirina, di una talpa e di un orto di montagna, Einaudi). Non resta che incoraggiarla su questa strada felice.

 

“Il Sole 24 Ore”, 26 luglio 2020

 

 

 

 

 

 

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