Primo Levi, l’infinita scoperta. Tre nuovi preziosi contributi.

Ci sono voluti più di vent’anni per capire che il più acuto e attendibile dei testimoni della Shoah era ben di più: uno vero e grande scrittore, poliedrico e multiversato, poeta, saggista e traduttore, padrone di un lessico sterminato, dalle infinite, affabili conoscenze enciclopediche che spaziavano dalle scienze esatte all’antropologia, alla zoologia, alla linguistica. Che si possa addirittura parlare di uno scrittore dalla vocazione precoce prestato alla chimica, e non viceversa, lo comprovano anche tre novità uscite in queste settimane. Sono la ricca biografia per immagini curata da Roberta Mori e Domenico Scarpa per Einaudi (Album Primo Levi, pp. 342, Euro 60,00), la documentatissima (ma non invasiva) biografia di Ian Thompson (Primo Levi. Una vita, Utet, pp. 806, Euro 35,00), che è del 2002, ma  stranamente non era stata tradotta sin qui; e una nuova edizione ampliata del sostanzioso numero monografico della rivista “Riga”, a vent’anni dalla  prima uscita, arricchito di testi dispersi e tredici interviste (a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Anna Stefi (Marcos y Marcos, pp. 572, Euro 35,00).

Punto di forza dell’Album einaudiano sono le 400 immagini, perlopiù inedite,  provenienti dall’archivio famigliare e distribuite per aree tematiche: il mestiere di chimico e la fabbrica, il fondamentale rapporto con la montagna, esperienza quanto mai formativa e persino “politica”, come scuola di etica e dunque di antifascismo; l’esperienza del Lager, la scrittura e la traduzione, e quel “pensare con le mani” che ispira a Levi le ingegnose sculture di animali in filo di rame smaltato.

Anche la pratica chimica è un qualcosa che vira verso la fisica (si veda la tesi di laurea su quell’asimmetria scoperta da Walden che sembra governare il mondo) e la filosofia: “nuvola indefinita di potenze future”, possibilità di “dragare il ventre del mistero”, di arrivare a una comprensione autentica della realtà vivente. Sino allo sconforto delle poesie degli ultimi anni: è l’intero universo a presentarsi come un aggregato “cieco, violento e strano”, materia impazzita intenta a fagocitarsi, ad autodistruggersi: proprio come gli umani.

Ma ecco nell’Album tante immagini che illuminano e commuovono: le foto di famiglia con Nonna Màlia giovinetta in posa seduttiva, quelle scolastiche del D’Azeglio (con il giovane Primo, che è avanti di due anni, mingherlino e quasi a disagio tra compagni più grossi di lui), le estati a Bardonecchia con l’amata sorella Anna Maria e i cugini, le partite a tennis, le escursioni alpinistiche e sciistiche, gli scherzosi quaderni goliardici, tra vignette e poesiole, redatti con gli amici torinesi che lavoravano con lui a Milano, le raffinate letture giovanili (Thomas Mann, Einstein, Freud). E poi le minuziose piantine del campo di Auschwitz, le foto degli amici più cari, le cartoline che l’operaio Lorenzo Perrone nel 1944 riesce a spedire dal Lager a Bianca Guidetti Serra con notizie di Primo, l’attestato che il comando russo di Katowice gli rilascia per aver ben lavorato nell’infermeria (“il tuo lavoro sarà apprezzato da centinaia di persone di tutti i paesi del mondo”); le pagine dell’”Amico del popolo” di Vercelli su cui escono alla chetichella i capitoli di Se questo è un uomo; il carteggio con Jean Samuel, il Pikolo del libro; i manoscritti delle poesie, le traduzioni appuntate sui fogli di un’agenda,  le lettere di vivo apprezzamento di Lévi-Strauss e Saba (“È più che un bel libro, è un libro fatale”); persino una tabulazione sulla cottura di una resina. Contributi preziosi per la mappatura di un pianeta che non finisce di stupire e in cui c’è ancora molto da scoprire.

 

“La Stampa”, 13 dicembre 2017.

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