Chi ha paura del Ferdinando furioso? Il “caso Céline” tiene ancora banco.

Gallimard prima annuncia poi ritratta la pubblicazione dei tre libri maledetti in cui Céline si scaglia contro tutti, e in primo luogo le lobbies ebraiche. Ma abbiamo ancora paura di questi testi esagitati, la cui virulenza si autoannulla per un estremismo che diventa grottesco e infine risibile? Non siamo in grado di leggerli quelli che sono? C’è ancora qualcuno che può diventare antisemita per via di questa lettura? Saremmo conciati davvero male.

Nessun dubbio, uno dei Grandi Inquieti di tutti i tempi è proprio lui, il dottor Louis-Ferdinand Destouches, medico dei poveri a Clichy, nella più sofferente delle periferie parigine. All’inizio degli anni ‘30 diventa scrittore, assume il nome di una nonna molto amata e grande affabulatrice, si trasforma in Céline, e scrive il romanzo d’esordio più fragoroso di tutto il ‘900, il Viaggio al termine della notte, in cui il secolo è già fissato magistralmente in quel che è e che sarà. Venticinque anni fa ho avuto l’onore e il piacere di tradurlo per il Corbaccio, sei mesi di trance agonistica con il romanzo che rappresenta magistralmente il secolo come nessun altro ha saputo fare. Dentro ci sono gli orrori della Grande Guerra,  il colonialismo (in cui coloni e colonizzati stanno immersi nella stessa miseria morale), il degrado delle metropoli,  Parigi come New York; le catene di montaggio dove l’uomo diventa un robot, l’ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, maggioranza nient’affatto silenziosa, anzi stupidamente ciarliera.

C’è un elemento abbastanza sicuro per identificare i grandi libri come Il viaggio, ed è la loro capacità profetica e visionaria d’anticipare il futuro: per metafore, per simboli, s’intende. Kafka ha anticipato le tragedie del secolo parlando nel suo tono sommesso dell’indecifrabile orrore delle grandi burocrazie, quella “zona grigia” codificata da Primo Levi che è stata la materia prima per edificare Lager e Gulag, per dare potenza distruttiva a tutti gli “ismi”.

Il dottore, che dell’umanità conosceva ogni piega e piaga più miseranda, ha una così alta idea dell’uomo da non accettare il bestiario che gli capita di incontrare nella realtà quotidiana: flâneurs fancazzisti che fingono d’essere occupatissimi, parolai che cianciano di modernità e velocità e cambiamenti restando immobili, faccendieri d’ogni risma, voyeurs compiaciuti di sé medesimi, convinti di una loro presunta superiorità razziale. I padri come i figli, grotteschi e nemmeno patetici.

Si salvano solo gli ultimi: Bébert, il nipote della portinaia che muore bambino; la vecchia, indomabile Henrouille che vive segregata in una capanna in fondo all’orto; il sergente Alcide che si rafferma in remoto avamposto d’Africa per pagare la retta del collegio di una nipotina orfana che non ha mai visto. Neanche De Amicis aveva osato tanto. Qui il dottore digrignante si svela per quello che è, un tenerone.  Forse è anche per questo che il Viaggio è un evergreen  ancora capace di conquistare i giovani d’oggi. Quando vado nelle scuole a parlare ai ragazzi dico sempre che se vogliono capire che cosa è stato il Novecento devono partire da lì, dalle lenti deformanti di Céline. È un libro che i ragazzi e i non ragazzi devono leggere se vogliono sapere che cosa è la grande letteratura, quella che spalanca orizzonti, insegna a vedere, fa volare testa e cuore.

Contro gli ipocriti, i tartufi e i preziosi ridicoli Céline getta il vetriolo della sua petite musique, il suo stile frantumato, jazzistico, fitto di dissonanze e di strappi, l’esatto contrario dell’idea di salotto buono, con i mobili in stile al loro posto, che domina la letteratura del tempo. Lui sa benissimo, e se ne compiace, che quello che non gli viene perdonato è proprio lo scandalo di uno stile che smaschera tutte le convenzioni del finto decoro, il perbenismo compiaciuto di sé, il manierismo fasullo. Tra i primi ad accorgersene è un giovane antropologo che di letteratura capisce moltissimo, un certo Claude Lévi-Strauss: la vera provocazione non sta in quel che Céline dice, ma in come lo dice: “Il valore del libro non è valore di documento; e le sue pagine più ammirevoli sono certo quelle più artificiali, voglio dire le più ricreate, le più costruite,” da una fantasia “crudele ed iperbolica”.

Lui diceva di trovarsi bene solo nella disgrazie: “Mi diverto solo in un grottesco ai confini della morte…L’emozione è tutto, nella vita”. Difatti le grane se le è sempre andate a cercare. Nato nel 1894, già commesso di negozio e galoppino, a diciott’anni, nel 1912, si arruola volontario nei corazzieri di stanza a Rambouillet (la notte dell’arrivo in caserma è mirabilmente descritta in Casse-pipe). Sul fronte della Fiandre fa l’esperienza dell’insensatezza della guerra, ma si offre per una rischiosa missione di collegamento. Ferito a un braccio, resta invalido al 75%, guadagna varie onorificenze al valor militare, e la copertina di un settimanale illustrato, che glorifica l’eroismo del giovane corazziere. Disadattato come molti reduci, tenta la fortuna in Camerun dove va a fare il sorvegliante in una piantagione di cacao, ma dopo qualche mese deve tornare in patria perché ha contratto varie malattie tropicali che lo perseguiteranno tutta la vita.  Si iscrive a Medicina, conosce e sposa la figlia di un potente clinico di Rennes, si laurea brillantemente con una tesi sul medico ebreo tedesco Philippe-Ignace Semmelweis, scopritore della febbre puerperale, ma una confortevole  carriera all’ombra dello suocero non fa per lui. Nel 1924 riesce a fasi assumere come tecnical officer dalla Società delle Nazioni, si trasferisce a Ginevra, divorzia, viaggia intensamente in Europa, America e Africa, ma finisce per litigare con il suo superiore in grado e torna a Parigi per fare il medico. Affronta ogni giorno le sofferenze di una clientela popolare. La miseria dei suoi clienti è tale che molte volte non ha nemmeno il coraggio di chiedere i dieci franchi della tariffa minima.

A quarant’anni ha già vissuto molte vite, anzi, lui è convinto d’aver vissuto tutte quelle che era interessante vivere. Per questo decide di raccontarle. Respinto da Gallimard, il romanzo è accettato da un giovane editore intelligente e ambizioso, Robert Denoël. È subito successo, è subito scandalo, anche perché il Viaggio si vede scippare il Goncourt da un romanzetto che non vale niente.

Il dottore ha inventato  la lingua del parlato quotidiano, realistica e visionaria, sofisticata e plebea: che sembra naturale ed è tutta magistralmente costruita per restituire al lettore l’emozione, il sentimento della vita. Come Gadda, Céline costruisce un linguaggio artificiale che si fabbrica in casa “come i pasticcini della nonna”, rivendicando la piena libertà di attingere materiali linguistici ovunque. Con il suo stile haché,  tritato (allora non erano ancor di moda gli hamburger), anche detto stile métro, che corre e si avventa su binari calcolati al millimetro, “così avvincente stregante che il lettore dorme più”, costruisce il suo jazz metropolitano suonato –martellato- sugli strumenti poveri dell’uso quotidiano: pentole, bidoni della spazzatura, tavoli, bicchieri. Diceva: “Conosco la musica che sta nel fondo delle cose”. E si riconosceva perfettamente nel detto di Nietzsche: “Senza la musica il mondo sarebbe un errore”.

E’ ossessionato da tutto quanto si disfa, cade, marcisce. Per contrasto si incanta davanti a tutto quello che è leggero, mobile, aereo, che si distacca dalla legge di gravità: l’acqua, le nuvole, i fiumi, il mare, la leggerezza dei velieri e delle ballerine, esseri privilegiati che si librano sulle punte e per un istante sembrano quasi volare. Ama la Senna, specie al tramonto, quando il sopraggiungere dell’oscurità segna l’inizio di un viaggio iniziatico nell’ombra e tra le ombre, al termine dell’ombra, appunto.

Il gesto céliniano per eccellenza è la partenza, l’eterna insoddisfazione, l’abbandonare situazioni consolidate per mettersi in gioco, per sfidare il destino, per cercare nel fondo della notte altre ragioni di conoscenza e di sofferenza. Vuole sempre essere in un altrove che presto finisce per deluderlo. Il successo del  Viaggio non lo placa, non gli basta. A partire dal 1937 scrive tre volumi deliranti, che sarebbe riduttivo chiamare pamphlets, come comunemente si fa, perché si sottraggono a ogni etichetta riduttiva e fanno parte integrante dell’opera céliniana, la quale va presa in blocco. Il più celebre di questi libri resta il primo, Bagatelle per un massacro, che procura all’autore una solida fama di antisemita.

L’antisemitismo era largamente diffuso in Francia sin dai tempi di Voltaire, e nessuno sembrava scandalizzarsene. Ne scrivevano impunemente, tra gli altri, Marcel Jouhandeau (in quegli stessi anni), Paul Valéry, Bernanos, Paul Claudel, André Gide. Si può forse azzardare una data, per il momento in cui l’antisemitismo di Céline, metafora della sua allucinazione antiborghese e anticomunista, diventa virulento, ed è il 1936, anno di profonde insoddisfazioni per  le accoglienze, inferiori alle attese, al suo secondo romanzo, Morte a credito.

È allora che letture mal digerite (un libro inglese del 1924 di tal N. Webster su una centrale internazionale ebraica in cui si progetta la sovversione delle istituzioni occidentali)  infiammano una sorta di ossessione paranoica, un delirio che gli fa fiutare come imminente l’apocalisse di un nuovo conflitto mondiale. Un cosmico risentimento contro tutti e contro tutti si mescola al piacere di un’affabulazione risentita che sembra sfuggire a ogni controllo.

Quando gli Alleati sbarcano in Normandia, Céline si sente ascrivere da Radio Londra nell’elenco dei nemici della patria, che a guerra finita sono destinati a pagare  il fio delle loro scelleratezze. Nel giugno 1944 fugge in Germania, e dopo varie peregrinazioni tra Berlino e Baden-Baden approda a Sigmaringen, dove si sono rifugiati i francesi collaborazionisti, che peraltro lui detesta, come detesta i tedeschi, i “Fritzi”. Poiché prima della guerra  aveva sistemato i suoi risparmi in Danimarca, dove aveva una delle sue tante fidanzate, è là che vuole arrivare. Sotto un diluvio di bombe, cambiando decine di treni, nel marzo 1945 approda a Copenhagen con moglie Lucette, la danzatrice d’origini andaluse che aveva sposato in secondo nozze nel 1943, e il gatto Bébert, di intelligenza più che umana. Lì lo raggiunge una richiesta di estradizione del governo francese che lo vuole processare per alto tradimento. Céline paventa una condanna a morte, e con le forze che gli restano si batte animosamente per non farsi consegnare. Il governo danese traccheggia. Non consegna il fuggiasco, ma gli infligge quattordici mesi di carcere duro. Quando lo libera sulla parola perché in precarie condizioni di salute, gli consente una misera sopravvivenza, prima nel sottotetto di una casa di Copenhagen, poi in una capanna sul Baltico, senz’acqua corrente né luce elettrica.

Condannato a un anno di reclusione dal Tribunale di Parigi, gode di un’amnistia a favore degli ex-combattenti invalidi di guerra. Il 1° luglio 1951 può tornare in Francia, ma resta un proscritto, un caso imbarazzante, una belva in gabbia, un dottor Jekyll che ha gettato la maschera ed è diventato in tutto e per tutto Mr. Hyde. E’ uno stranissimo antisemita, con amici e fidanzate ebree, difeso ancora nel 1944 dal mensile del Movimento Nazionale Ebraico: “Il suo individualismo, la sua solitudine intellettuale lo fanno fratello degli ebrei”. Nei tre libri “maledetti” ne ha per tutti, non solo per gli ebrei (o per meglio dire per quelle lobbies ebraiche che a suo parere soffiano sul fuoco della guerra imminente). Ha sarcasmi feroci per  i comunisti, gli ariani, gli stessi francesi debosciati, i giornali, gli odiatissimi capitalisti (“Crepino i padroni! E subito! Questi putridi rifiuti!”), la Chiesa, la borghesia crapulona, i colleghi imbolsiti, la cultura di massa che presto sommergerà il mondo sotto una coltre di banalità. Chiama Pétain “Bedain”, cioè trippa, e Hitler “Dudule”, famoso clown dell’epoca.  Si proclama “il meno tedescofilo dei francesi”, ripete che le “fesserie di Hitler, con il suo satanismo wagneriano”, gli sono sempre sembrate futili.

In Germania il Voyage era stato bollato come arte degenerata, e l’autore come un personaggio imbarazzante. Lui ricambiava, profetando sin dal 1933 che là si stavano preparando “immonde intraprese sadiche e mostruose”, e che l’Europa intera sarebbe stata fascista per parecchio. L’invasato sapeva vedere benissimo. Al giovane Arbasino che va a trovarlo nel 1959 predice che gli stati comunisti si sarebbero aperti prima o poi al capitalismo. E’ convinto che i cinesi diventeranno i padroni del mondo, come di fatto sta avvenendo.

Finché si sente l’unico a denunciare le cospirazioni degli ebrei guerrafondai, si sfrena in un delirio accusatorio che finisce per risultare comico-grottesco, la caricatura di se stesso: “essenzialmente metaforico e violentemente iperbolico”, come ha giustamente scritto Giovanni Raboni, per cui il lettore si ritrova scisso tra consenso estetico e dissenso etico. Al processo parigino del 1950, quando in aula vengono letti alcuni brani delle Bagatelle il pubblico si mette a ridere. Lo stesso titolo di Bagatelle per un massacro non rimanda allo sterminio degli ebrei, che Céline non ha mai nemmeno immaginato, ma a quello dei francesi tutti, se non si fossero accorti per tempo del forte vento bellicista che soffiava sulle loro teste, alimentato da lobbies capitaliste che estendevano le loro trame da New York a Mosca.

Quando torna in Francia, trova casa in una cittadina della banlieue parigina, Meudon, dove guarda caso viveva anche Rabelais. Lì vive barbonizzato in una villetta cadente, avvolto in sciarpe e stracci, barba lunga, occhi febbricitanti, confortato da numerosi animali, cani, gatti e pappagalli, e naturalmente dall’angelica, eroica Lucette, la sua Beatrice, che continua a dare lezioni di danza per vivere. Ma intanto tornano a levarsi voci a sua difesa. Sono scrittori, estimatori vecchi e nuovi, come Pierre Monnier, ex-pazienti riconoscenti, gente di spettacolo come Arletty, Henry Miller, che lo venera come un maestro. “Se essere anarchico è un crimine, fucilatelo”, dice perentorio Jean Paulhan, potente patron della NRF.

Dopo due prove passate sostanzialmente sotto silenzio, Féerie pour une autre fois (1952) e Normance (1954) il vero ritorno sulle scene si compie solo nel 1957 con D’un château l’autre, primo capitolo della cosiddetta “trilogia tedesca”. Il reietto è riammesso nella società letteraria, personaggio controvertono cui bisogna pur fare i conti. Ci sono giornalisti che vanno a trovarlo. A saperlo prendere, Céline è l’intervistato ideale. Caustico, risentito, pirotecnico, imprevedibile, esilarante. Nelle interviste sembra di sentir risuonare la sua voce arrochita, resa più aggressiva delle sofferenze subite e dall’ansia di rivalsa. Specialmente adesso che si sente perseguitato, abbandonato da tutti, e può recitare la parte del martire: “Io me ne frego cosmicamente di essere imparziale o scrupoloso…Io sono in guerra contro tutti. Come tutti furono solidali nell’annientarmi. Io li voglio scannare nelle loro stesse meschinità”.

Una manna, per i giornali. I suoi bersagli sono molti ma in un certo senso correlati tra loro: i detrattori (“astiosi, inaciditi, venduti e rivenduti, arraffati, raccattati”) e i nemici storici (in primo luogo Sartre, che lo aveva accusato ingiustamente d’essere stato al soldo dei nazisti), gli opportunisti dell’era Pétain e del dopoguerra,  l’intera società letteraria, colpevole di conformismo ipocrita e complicità mafiose,  “gli ottocentomila scrittori d’oggi e le loro pallide cose tutte eguali”, il degrado morale della società francese, il declino dell’Europa, il “pericolo giallo”, l’inglese, la lingua del commercio che finirà per appiattire tutto. Per lui Aragon è “una scimmia bizzosa, un piscio freddo”; e Malraux “un tipaccio, con un piccolo talento giornalistico parecchio pasticciato”.

Ogni occasione è buona per rivendicare e riaffermare la novità assoluta del suo modo di scrivere, l’unico capace di riprodurre le emozioni della vita. Ne ha per tutti. Joyce non lo hai letto, troppo lento, è uno che si diverte a sodomizzare le mosche. Hemingway non lo ha mai frequentato, troppo semplice, con le sue frasette corte da giornalista. Dostoevskij troppo sinistro, troppo russo: aveva un modo di adorare le galere che lo deprimeva. Proust spiega troppo. Trecento pagine per raccontarci gli amori omosessuali di Tizio con Caio gli sembrano troppe, visto che tutto Shakespeare sta in 500 pagine. Proust ha sdoganato la sodomia presso le migliori famiglie. Non parliamo poi della Françoise Sagan, un fenomeno pubblicitario, una “servetta degenerata”.

Aveva ragione Gide quando spiegava che non è la realtà che Céline dipinge, ma l’allucinazione che la realtà gli provoca. Chi lo frequentò ricorda che non guardava negli occhi l’interlocutore, come obbedisse soltanto alle visioni oltranziste che lo agitavano. Il “Ferdinand furieux” ha vissuto tutta la vita murato nella solitudine del suo amore deluso per gli uomini. Mai un’inquietudine è stata tanto creativa.

“La Civetta”, n. 1, gennaio-marzo 2018

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