“Non siamo più umani”: una lettera di Primo Levi rimasta inedita sino ad oggi

“La Stampa” del 21 febbraio 2019 ha pubblicato una lettera inedita di Primo Levi di straordinaria importanza, perché rappresenta il primo documento tentativo di mettere per iscritto l’esperienza appena vissuta. Levi è tornato a casa da appena un mese, e il 26 novembre 1945 scrive ai cugini rifugiati in Brasile. Un testo che contiene per intero l’uomo e lo scrittore: potente nella sua sobrietà espressiva tutta fatti e dati, acuto in un’analisi della contemporaneità che rivela addirittura profetica. A seguire il mio articolo che lo ha accompagnato sul medesimo numero del giornale. 

Torino, 26/11/1945

Carissimi zii e cugini, 

sono stato delegato dalla famiglia per scrivervi, cosa che faccio molto volentieri anche perché credo di essere quello che ha le cose più interessanti da raccontare. Penso che già sappiate del mio ritorno, e inoltre che abbiate idea di cosa era l’Italia di due anni fa, ed un anno fa. Ciò premesso, ecco un riassunto della mia storia. Nel novembre ’43 ero entrato a far parte di una banda di partigiani sopra Brusson (Aosta). Il 13 dicembre ’43 sono stato arrestato in rastrellamento dalla Milizia repubblicana: eravamo ancora in fase preparatoria, non eravamo armati: non ci fu combattimento. Con me furono presi due ragazzi, e due mie amiche ebree: Vanda e Luciana. Eravamo muniti di documenti a falso nome: ciononostante decidemmo (noi tre) di ammettere di essere ebrei, pensando che fosse il solo modo di giustificare la nostra presenza lassù, e di evitare la condanna per attività partigiana.

 Fummo infatti assolti: ma, come ebrei, inviati a Carpi, in un campo di concentramento. Come temevamo, non era che l’anticamera della deportazione: il 22 febbraio ’44 siamo partiti tutti, 650 disperati, con bambini, donne, vecchi, 50 rinchiusi in ogni vagone merci, 4 giorni e 4 notti di viaggio senza dormire e senza bere. Vediamo dalle feritoie sfilare nomi di città austriache, poi ceche, poi polacche. Finalmente, a notte, il treno ferma: siamo già circondati da filo spinato, siamo ad Auschwitz, in Slesia. 

I tedeschi ci fanno scendere, rapidi e metodici ci dividono in tre gruppi: 95 uomini validi, 29 donne valide, e gli altri. Le mie due compagne sono scomparse nel buio: non vedrò mai più Vanda. Lo dico subito; di tutto il convoglio, siamo ora vivi quindici. L’intero gruppo dei non validi fu gasato la notte stessa: erano fra questi Ylca, Ruggero e Raimondo. Remo era con me fra i 95: noi fummo inviati a Monowitz, campo dipendente da Auschwitz. Ci radono i capelli, ci tatuano sul braccio un numero progressivo, ci denudano, ci rivestono di stracci immondi a rigoni: non siamo più uomini. Nessuno spera più di uscire. Il giorno dopo comincia il lavoro, e per chi non muore continuerà per 11 mesi, senza un giorno di riposo. Chi spacca pietre, chi scarica mattoni, chi scava la terra, chi trasporta sacchi di carbone e di cemento. 

Nessuno di noi capisce il tedesco , perciò riceviamo botte senza economia. Fa freddo: ha nevicato ancora in aprile, il vento soffia gelato dai Carpazi, farà freddo anche d’estate, e noi stiamo tutto il giorno all’aperto, anche sotto la pioggia. Dopo la prima settimana, la fame è già una ossessione, ci sarà compagna fedele fino alla fine: di notte, il campo intero non sogna che mangiare. La sveglia è alle 4, dormiamo in due per cuccetta, in 200 in ogni baracca di legno: nel campo siamo 10000, si parlano tutte le lingue d’Europa. Chi si ammala lievemente, è messo qualche giorno a riposo: i malati gravi scompaiono, vanno in un campo a 10 km di qui, dove tutto è molto bene organizzato e la camera dei gas tossici e il crematorio funzionano senza interruzione. Ma non occorre essere malati: basta essere deperiti, o troppo vecchi, o anche solo avere un momento di sfortuna: le “selezioni” si susseguono a intervalli irregolari, in una frazione di secondo  si giudica se siamo o no in grado di fornire ancora lavoro utile. 

Quattro milioni di ebrei hanno varcato la soglia della camera a gas. Per tre anni il Camino ha oscurato il cielo. Ma tutto avviene metodicamente, nel modo più economico: prima della cremazione, si tolgono ai cadaveri i denti d’oro: le ceneri , come materiale fosfatico, vanno alle stazioni sperimentali di agronomia.

Io sono stato a Monowitz undici mesi. Non era un cattivo campo: a parte i “selezionati”, i morti di malattia o di percosse erano una ventina al giorno. Ho saputo poi che le condizioni delle donne erano assai peggiori delle nostre. Gli ultimi due mesi, li ho passati lavorando da chimico, in un laboratorio: i tedeschi mancavano ormai di uomini , e io avevo vinto un concorso per il posto: questo contribuì a salvarmi dalle malattie, non però dalla fame. 

Nel gennaio ’45, i russi attaccarono in forze verso Cracovia: il 17 i tedeschi decisero di evacuare la zona, radunarono tutti i validi  e li trascinarono seco. Pochissimi fra questi, che erano la maggior parte, si sono salvati: parte furono uccisi dai tedeschi, parte morirono di freddo e di fame. Io avevo preso 5 giorni prima la scarlattina, e sono rimasto: è difficile non pensare a un miracolo; non ero mai stato malato prima. Pare che le SS avessero ordine di sopprimere anche noi, futuri accusatori: non ne ebbero il tempo. Siamo rimasti abbandonati a noi stessi per 10 giorni, eravamo 800; in questo periodo, 200 sono morti di fame, freddo e malattia. L’undicesimo giorno, abbiamo visto la prima pattuglia russa.

Da allora, la storia diventa meno tragica; sono rimasto fino a Luglio a Katowice, in un campo Russo di attesa; dopo un inesplicabile giretto per l’Ucraina, ho passato l’estate in un altro campo russo, questa volta in Russia Bianca, presso Bobruisk [Babrujsk]; finalmente, il 15 sett.[embre] , è giunto l’ordine di rimpatrio. Il viaggio è durato 35 giorno, attraverso l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria, la Slovacchia e l’Austria. Sono arrivato a casa il 19 ottobre, [con una barba alla] Cavour e vestito da soldato russo; sto bene, sono un po’ troppo grasso. Non avevo assolutamente idea se avrei trovato la famiglia viva e la casa in piedi. Anche Luciana è rientrata: è dottoressa, non ha fatto lavori duri. Come credo sappiate, Remo pure è salvo. 

Come bilancio personale, ho perduto molti fra i miei amici più cari, ed a mano a mano che io rientro nella vita civile, ne sento più dolorosa la mancanza; mi trovo sfasato ed arretrato collo studio e col lavoro (sapevate che prima ero impiegato a Milano, presso la Wander, che è la ditta svizzera che fabbrica il Formitrol?), anzi, per il momento sono ancora disoccupato: però ho imparato il tedesco e un po’ di russo e di polacco, ed ho visto un bel pezzo di Europa che pochi stranieri hanno visto. 

Le impressioni generali sono poco allegre: l’Europa è vecchia, maledetta e pazza: l’Italia è ancora fra le regioni privilegiate. I Tedeschi non sono uomini; bisognerebbe distruggerli o rieducarli, e sono entrambe cose impossibili: ho parlato con tedeschi prigionieri dei russi, dopo l’armistizio: seri, freddi e convinti, ti dicono: «Anche questa volta è andata male: la prossima andrà meglio». I Russi hanno dimenticato Marx, hanno sentito il gusto dell’Occidente e non hanno molta voglia di fermarsi. I Balcani sono più che mai una polveriera: tutte le annose questioni di confini sono ancora aperte, e ciascuno profitta della situazione poco chiara per farsi largo a gomitate. In Polonia, dopo l’occupazione russa e fino a giugno, sono stati uccisi in “pogrom” più di 2000 ebrei che erano sfuggiti alla strage nazista. Centinaia di migliaia di prigionieri di guerra attendono ancora il rimpatrio, fra questi almeno 20000 italiani passeranno ancora un inverno nei campi russi al di là degli Urali.

Quanto all’Italia, forse qualcosa già sapete. La parte migliore della nostra generazione (nel Nord: a Sud le cose si sono svolte diversamente) ha partecipato alla resistenza contro i tedeschi  e i neofascisti, poi alla guerra partigiana e all’insurrezione dell’Aprile ‘45. Com’è d’uso, i migliori sono scomparsi, e a cose finite la scena è stata invasa dall’ambizione e dalla dubbia fede. Le superstiti coscienze integre sono deluse: il fascismo ha dimostrato di avere radici profonde, cambia nome e stile e metodi ma non è morto, e soprattutto sussiste acuta la rovina materiale e morale in cui esso ha indotto il popolo. Fa freddo, c’è poco da mangiare, non si lavora; fiorisce il banditismo, e mentre si parla di democrazia sociale, crescono mostruosi nuovi capitalismi nati dal traffico nero: è l’aristocrazia più antisociale. La guerra è finita, ma non c’è ancora la pace.

Per tutte queste ragioni, mi interesserebbe assai avere da voi qualche informazione sulle condizioni di vita dalle vostre parti: possibilità di lavoro per tecnici, grado di xenofobia, prezzo della vita, sviluppo della industria. Non ho ancora alcun progetto preciso, perciò tutto mi può interessare.

Ho trovato bene tutti i parenti: qualcuno un po’ invecchiato. Le abitudini sono molto cambiate, siamo tutti un po’ zingari: le donne di servizio non usano più, si viaggia con molta disinvoltura in carri merci o in camion di fortuna, ci si stabilisce dove e come si può, non si fanno progetti al di là di una settimana. Tutto questo ha talora dei vantaggi.

Pur non avendo una idea precisa della vostra situazione costì, leggo con una certa meraviglia che parlate di ritornare. Non è che una impressione mia personale, ma mi sembra un po’ prematuro: penso che succederanno ancora in Europa fatti interessanti.

Abbiamo ricevuto verso il 23 c.m. il pacco indirizzato in via Lamarmora e quello indirizzato a Livorno, e vi ringraziamo collettivamente: certe cose non capita qui di vederle tutti i giorni. Tanti baci a tutti, aspettiamo sempre vostre notizie.

Primo

Dimenticavo di dirvi che, nel febbraio ‘45, non appena i Russi lo hanno permesso, non potendo scrivere a Torino, ancora in mano tedesca, vi avevo scritto una lunga lettera, che evidentemente è andata perduta.

 

La lettera del 26 novembre 1945 che Primo Levi indirizza ai parenti che nel 1939, all’indomani delle leggi razziali, si erano rifugiati in Brasile, era rimasta ad oggi era rimasta custodita negli archivi famigliari e dobbiamo essere grati ai suoi figli, Lisa e Renzo, di avercene fatto dono, nel centenario della nascita dello scrittore (31 luglio 1919), e nel 75° della partenza per Auschwitz. È in pari tempo un documento di eccezionale importanza per la ricostruzione del percorso del Levi scrittore, di cui rappresenta il Big Bang, e un flash vivacissimo che fotografa i malesseri che travagliano l’Italia e l’Europa (“vecchia, maledetta e pazza”) nei primi mesi di un dopoguerra in cui una vera pace è ancora lontana.

Se si esclude il memoriale sull’organizzazione medica nel campo di Monowitz, che i russi avevano chiesto all’amico medico Leonardo De Benedetti e a lui, suo aiutante, all’indomani della liberazione di Auschwitz (27 gennaio 1945), è la prima volta che Primo, da quando è tornato a casa il 19 ottobre “vestito da soldato russo”,  scrive diffusamente della tragedia cui è  scampato. Lo stile è già ben riconoscibile, a partire dall’understatement lievemente umoristico dell’apertura: la famiglia lo ha delegato a scrivere perché è quello che ha le cose più interessanti da raccontare.

Già allora non vuole sollecitare la commozione e lo sdegno, non indulge al vittimismo. Il tono è quello asciutto del rapporto di laboratorio, reso drammaticamente eloquente dai dati di fatto:  650 i “disperati” partiti da Fossoli, 50 persone per vagone, quattro giorni e quattro notti di viaggio, 10.000 i prigionieri del campo divisi in baracche da 200 persone, le selezioni, il lavoro, il freddo, la fame, i 20 morti al giorno per malattia o percosse, la macabra metodicità che regola le cremazioni.  E tuttavia “non era un cattivo campo”, o almeno, non il più cattivo. Anche se “di tutto il convoglio, siamo ora vivi quindici”.

C’è già la voglia, la necessità, il dovere, l’urgenza del racconto, in queste righe battute a macchina in inchiostro rosso (la parte nera del nastro doveva essere già consumata), che sono probabilmente una copia di lavoro. E difatti poche settimane dopo, nei primi mesi del 1946, Primo, che ha trovato lavoro alla Duco-Montecatini di Avigliana, e dal lunedì al venerdì dorme nella foresteria dell’azienda, comincia a scrivere febbrilmente i capitoli che l’anno dopo confluiranno nel disegno unitario di Se questo è un uomo, il cui titolo sembra già annunciato nel perentorio “non siamo più uomini” della lettera.

Il primo racconto che scrive, Storia di dieci giorni, porta la data del febbraio 1946, e diventerà l’ultimo capitolo del libro. Primo ne consegna un copia all’Ufficio storico del CLN e alla Comunità ebraica di Torino, che sono i due poli della nuova appartenenza, Resistenza ed ebraicità, che si è costruito. Ma invia man mano i capitoli anche alla cugina Anna Yona (sorella di Vittorio Foa) e a Laura Capon Fermi ( moglie del fisico Premio Nobel  1938) che vivono in America, in vista di una possibile traduzione. In poche settimane ha scoperto e fortificato la sua vocazione di scrittore, sino a produrre quello che è in primo luogo un capolavoro letterario.

Nella lettera c’è anche la straordinaria lucidità dell’osservatore ventiseienne, un acume d’analisi che diventa  profetico: i tedeschi per nulla pentiti che coltivano sogni di rivincita, i russi che si sono fatti contagiare dal gusto dell’Occidente e hanno dimenticato Marx, i Balcani diventati una polveriera. C’è la delusione per l’eterna Italia trasformista e moralmente infetta, già preda di una nuova aristocrazia dell’illegalità, ancora prostrata dalla malattia del fascismo, “che cambia nome e stile e metodi ma non è morto”. Una malattia che pare diventata endemica.

“Non si fanno progetti al di là di una settimana”, leggiamo ancora nella lettera. Sembra che Primo stia parlando di noi, oggi, della nostra mortificante incapacità a guardare lontano e imparare dalla storia. Eppure lo ha scritto chiaro, a conclusione de I sommersi e salvati: “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

 

 

 

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