“Napoleone in venti parole” dal 30 marzo in libreria

Da dove nasce il culto di Napoleone, che cresce rigoglioso per tutto l’Ottocento, attraversa il Novecento, e arriva ancora fiorente fino a noi? Dal più elementare e potente dei messaggi: anche voi potete diventare come me, se avrete capacità di analisi e di comando, ampiezza di visione, strategie innovative, coraggio, ambizione, perseveranza. Io ho introdotto nella Storia la speciale categoria del Merito, sostituendola a quella del diritto ereditario. Da rampollo di una famiglia di modeste condizioni, in dieci anni mi sono saputo elevare con le mie sole forze alla dignità imperiale. Con me, i figli dei mercanti, dei bottai, dei fornai, dei muratori, dei mugnai e degli scudieri sono diventati marescialli. Tocca a voi perfezionare il lavoro che io ho avviato.

Era quello che la borghesia emergente voleva sentire. Il Napoleone che ha ancora molto da insegnare non è il generale, ma l’altro, assai meno noto: il vero erede di Machiavelli, l’organizzatore, il manager, l’inventore dei moderni sistemi di gestione della complessità, il ministro dei beni culturali che potenzia il Louvre e Brera, il virtuoso del budget che avvia la modernizzazione dello Stato e dell’impresa, il legislatore che promulga il Codice Civile, il protettore delle scienze che favorisce la riscoperta dell’antica civiltà egizia, l’amministratore che si occupa di tutto, dal cartellone dei teatri, al sistema fognario di Parigi, e che quando è in Spagna trova il tempo per pensare a ristrutturare gli ospedali di Parma e Piacenza. Senza contare il bibliofilo, il lettore onnivoro, il fondatore di biblioteche, perfino l’editore che vagheggia collane di classici annotati e il redattore che vuol togliere dalle opere di storia gli aggettivi superflui.

Napoleone sa tutto, vuole tutto, è dappertutto. Per vent’anni persegue un progetto di ammodernamento radicale delle strutture statali e delle strategie belliche (ma stranamente non delle tecnologie) basata sull’accentramento totale di ogni decisione grande e piccola, che non ammette deroghe. I vantaggi della rapidità decisionale del cesarismo saranno pagati con il gigantismo di un sistema che alla fine diventa ingovernabile e implode.

Finché riesce a padroneggiarlo da solo, Napoleone vince perché sa motivare come nessuno i collaboratori, inventa le moderne tecniche della comunicazione (cominciando dal logo, la famosa “N”) e addirittura cura il merchandising di se stesso, facendo produrre su larga scala busti, stampe, piatti, tabacchiere e decine di altri articoli di largo consumo. Alla fine trasforma una sconfitta nella più definitiva delle vittorie: con un libro. Il Memoriale di Sant’Elena, primo best-seller moderno, divulga la leggenda romantica del Prometeo liberale sconfitto dall’egoismo delle vecchie oligarchie.

Napoleone ha degli uomini una conoscenza totale e disincantata: per questo sa manovrarli così bene. La rapidità di calcolo, pari a quella di un potente computer d’oggi, gli consente delle proiezioni strabilianti. Arriva a delineare gli Stati Uniti d’Europa con le stesse leggi e la stessa moneta. Predice agli Inglesi che perderanno l’India perché non hanno una classe dirigente all’altezza. E morendo dice: “Vi lascio due giganti nella culla: la Russia e gli Stati Uniti”.

Molti anni fa avevo pubblicato da Mondadori un volume di Lezioni napoleoniche ad uso di chi ha responsabilità di gestione, basato sui detti fulminei che lui ha rilasciato in gran copia. I politici se lo sono molto regalato, anche un po’ maliziosamente, perché l’ultimo capitolo si intitola L’arte di gestire le sconfitte. Se anche l’hanno letto, i disastri che hanno continuato a fare sin qui dimostrano che non hanno imparato niente. Adesso ci riprovo con un Napoleone in venti parole in uscita da Einaudi il 30 marzo in cui cerco di spiegare perché ha ancora molto da insegnare attraverso venti temi-chiave, dal “sistema operativo” alla comunicazione, dall’economia alla politica culturale. Chi vuole intendere, intenda.

 

“Formiche” n. 166, febbraio 2021

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