Lasciarsi leggere da Dante

 A partire dal 31 dicembre e sino al 22 aprile, il Gruppo Gedi pubblica in nove volumi una edizione della Divina Commedia in collaborazione con la Società Dantesca, arricchita da 500 immagini. Introduzioni di Stefano Massini, Melania Mazzucco e Massimo Cacciari

Diceva George Steiner: non siamo noi che leggiamo i classici, sono i classici che leggono noi, che ci mettono alla prova, ci interrogano. Sono il nostro analista. È un’intuizione che si attaglia perfettamente a Dante, classico per eccellenza, padre della patria e di ogni singolo cittadino del mondo, indagatore di ogni aspetto dell’umano, voce critica che non smette di richiamare alla responsabilità delle scelte. Figlio del suo tempo, ma capace di superarlo perché ha l’ambizione di “discriver fondo a tutto l’universo”. Enciclopedista, geografo, filosofo, politico, storico, cronista che brama l’umana felicità, cioè la piena realizzazione dell’uomo, di cui conosce ogni miseria e grandezza. Realista e metafisico, ma in primo luogo poeta, letterato d’altissima, sofisticata qualità, che a sua volta si era fatto “leggere” dai suoi classici, Virgilio in primis.

La grande poesia è quella che ci rivela a noi stessi. A chi altri sta parlando Dante, quando all’apertura del canto XI del Paradiso (quello dedicato alla gloria di san Francesco, tradito dalla sua stessa Chiesa) fa un elenco dei vani assilli che ci fanno volare bassissimo: “O insensata cura de’ mortali/ quanto son difettivi silogismi [ragionamenti]/ quei che ti fanno in basso batter l’ali!/ Chi dietro a iura, e chi ad amforismi [gli studi di medicina]/ sen giva, e chi seguendo sacerdozio [il potere ecclesiastico]/ e chi regnar per forza o per sofismi,/ e chi rubare e chi civil negozio:/ chi nel diletto della carne involto/ s’affaticava e chi si dava a l’ozio”. Carrieristi, trafficoni, affaristi, ladri, politicanti, erotomani, abulici: Dante sembra averne per tutti, ma sta facendo autoanalisi attraverso una sistematica esplorazione del Male. L’urgenza del viaggio nelle tenebre nasce da una crisi personale, dalla selva oscura dell’Io.

I dannati dell’Inferno hanno qualcosa di lui, e molto di noi, “compagnia malvagia e scempia”, “tutta ingrata, tutta matta ed empia”. Dante non sta facendo moralismo spicciolo, sta raccontando la condizione umana, sta indicando un percorso di riscatto, quello che oggi chiameremmo la costruzione del Sé. Del Terzo Millennio lo ferirebbe la nostra rinuncia a pensare in grande e a inseguire l’Assoluto, a “perseguir virtute e canoscenza”, ad accontentarci di un linguaggio impoverito, urlato, degradato. Non sappiamo più riconoscere la bellezza della parola. Ci limitiamo a usare compulsivamente i suoi versi più celebri, banalizzati a modi di dire. Ogni giorno sentiamo parlare sui giornali e in tv di vene e polsi che tremano, senza che peraltro tremino per davvero a qualcuno.

Ce lo meritiamo, uno come Dante? La risposta è: no, ma dobbiamo almeno provarci. Dobbiamo avvicinarci all’alambicco in cui questo alchimista smaterializza la realtà, proprio come accade oggi, trasformandola in verità poetica, energia, giochi di luce che rimandano alla prossimità di Dio. Artefice di un virtuale che non perde contatto con la vita. Poeta visionario per eccellenza, ma non voyeurista. Pittore che della luce e del colore conosce tutte le possibili gradazioni. Tutta la grande arte gli è sorella.

Uno dei massimi critici del ‘900, Gianfranco Contini, si è chiesto se Dante avesse mai pensato alla sua Commedia come ad un libro illustrato o illustrabile. Propendeva giustamente per il no. Pur consapevole della potenza delle immagini, Dante non voleva il loro aiutino. Aveva una troppo grande consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie ambizioni. Voleva sfidare i  pittori sul loro campo, spingere la parola a trasumanarsi (voce-chiave di tutta la sua opera), ad elevarsi oltre i suoi limiti per attingere il divino.

Questo non toglie che la Commedia abbia offerto all’immaginario di ogni epoca uno sterminato catalogo di motivi, simboli, allegorie, figure retoriche. Questo nuovissimo “Dante illustrato” ce ne fornisce una documentazione suggestiva. Si va dai codici miniati alle xilografie delle edizioni commentate e  ai mosaici per arrivare ai fumetti. In mezzo ci sono i tratti aerei dei disegni di Botticelli, perfettamente dantesco della sua capacità di alludere, le possenti anatomie di Michelangelo e Luca Signorelli, i corposi ritratti di Giorgio Vasari, le figure fantasmatiche di William Blake, la teatralità compiaciuta di Gustave Doré e Eugène Delacroix, le raffinate scenografie di Dante Gabriel Rossetti. Ci trasportano anch’essi dagli spazi terreni e quotidiani a quella dimensione al di là del tempo in cui l’arte sa fissare valori eterni.

“La Stampa”, 30 dicembre 2020

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