La peste del linguaggio e l’antidoto della poesia

Ospito qui sotto la prolusione tenuta il 23 novembre a Sondrio in occasione del conferimento dei Premi Sertoli Salis 2018.

Quasi quarant’anni fa, Italo Calvino scriveva nelle Lezioni americane: “A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Non mi interessa qui chiedermi le origini di quest’epidemia…Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare gli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”.

Osserva Calvino che questa pestilenza colpisce anche le immagini che ci vengono propinate a ritmi vertiginosi, tanto priva di una loro necessità interna che si sfarinano in una fantasmagoria che si dissolve immediatamente, come i sogni. E conclude: “Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo, nel suo ridursi – già allora- a qualcosa di casuale, confuso, senza principio né fine”.

Da allora, la pestilenza che il dottor Calvino ha identificato in laboratorio sui vetrini del suo microscopio  è dilagata in una maniera impressionante, è diventata devastante, non ha risparmiato nessuno. Mai nella storia della civiltà è stato fatto e si fa ogni giorno un uso così sciatto, volgare, cinico, truffaldino e in definitiva spregiativo del linguaggio, ridotto a pochi lemmi svuotati di autenticità, abbrutiti dal turpiloquio, usati per le furberie di una sorta di gigantesco marketing di massa che mira a ingannare milioni di creduloni, al confronto dei quali il Pinocchio ingannato dal Gatto e dalla Volpe è un fine intellettuale che ha studiato alla Normale di Pisa. Murati nell’eterno presente dei social, ci stiamo rassegnando a vivere miseramente nei nostri stessi escrementi linguistici.

L’antidoto resta quello indicato da Calvino con lucida amarezza: la letteratura che non rinuncia a cercare, a mappare terre ancora incognite, a sperimentare le infinite combinazioni che si possono dare tra le parole e con le parole per accendere le scintille che possono ancora dirci qualcosa sull’uomo, sulla sua storia, sul suo destino. 

Tra questi ricercatori-sperimentatori ci sono in prima fila i poeti: non molti (intendo quelli bravi), ignorati dai media, considerati dai più dei fumosi sognatori intenti a complicare il nulla, e tuttavia ostinatamente e orgogliosamente attestati in nicchie che non intendono abbandonare. Eppure sono loro a presidiare una linea di resistenza che non è più soltanto letteraria ma anche e soprattutto civile, e riguarda anche quelli che non leggono, persino quelli per i quali l’ignoranza è diventata un vanto e addirittura un sinonimo di onestà. Ci si salva e ci si perde tutti insieme, ma ci si salva solo ricuperando il linguaggio alla sua necessità interna, alle sue potenzialità espressive, alla sua capacità di interpretare e reinventare il mondo.

A che cosa serve la poesia? Il valtellinese Grytzko Mascioni, di cui cerchiamo di tenere viva la memoria, lo ha detto benissimo: serve a  dare un senso all’esistenza degli uomini, a creare un legame tra chi viene prima e chi viene dopo, a creare un patrimonio di incanto condiviso, a conquistare qualcosa che vada oltre il breve giro della nostra esistenza.  Un dono divino che riesce a fare del dolore una gioia, a trasformare l’angoscia nel gioiello fragile e tuttavia indistruttibile che è una poesia. 

È di Grytzko una definizione della poesia che mi è  rimasta impressa:  “Un di più dell’umano che sconfina nella chiarìa del divino”. Che cosa è questa chiarìa? Lo spiega lui stesso in una sua poesia, Il cervo restò cervo, quando accosta la bellezza a uno “stupefatto respiro che di luce/ mite rischiara la pazienza accorta/ di chi l’attese, cauto, e si contenta/di quel lume fugace,/ della sua avara, immacolata pace”. 

Di tanti, stupefatti respiri continuiamo a essere grati a Grytzko e ai poeti che festeggiamo oggi: il Premio Sertoli Salis alla carriera Nanni Balestrini, sperimentatore infaticabile che ha saputo coniugare la serissima leggerezza del gioco con la passione civile; il Premio Grytzko Mascioni per un’opera pubblicata negli ultimi due anni,  Giancarlo Pontiggia con il Il moto delle cose (Mondadori),  riflessione sull’irrisolvibile mistero del tempo, che ci coinvolge e sconvolge; e Elisa Donzelli, che riceve il premio Camillo De Piaz per il suo saggio, pubblicato da Marsilio, su Giorgio Caproni e l’intensa rete di relazioni che lo lega a grandi autori italiani ed esteri, ammesso che in poesia ci possa essere qualcosa o qualcuno di straniero.

 

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