Enzo Bianchi al confino? L’incredibile storia di Bose e un lockdown esteso allo spirito.

Una lettera a Huffington Post

 Un comunicato del delegato pontificio datato Verona 8 febbraio, vorrebbe confinare Enzo Bianchi a San Gimignano entro e non oltre la data del 16 febbraio, per meglio sancire, anche fisicamente, il suo allontanamento, e anzi, la sua totale estraneità alla Comunità monastica di Bose da lui stesso fondata nel 1968. Sembra di tornare alle atmosfere del processo a Giovanna d’Arco così suggestivamente evocate da Carl Th. Dreyer nel suo celebre film. È un copione visto troppe volte, in stile sovietico o turco: sentenze “politiche”  emesse a priori sulla base di prove inesistenti, giudici ecclesiastici che credono di  sanare peccati che vedono solo loro mandando al rogo i peccatori. Nel nostro caso, si vorrebbe strappare ai suoi spazi abituali e alle sue consuetudini un presunto reprobo settantasettenne, già alle prese con i disturbi dell’età, trasferendolo sotto vigilanza in una Ventotene toscana, inibendogli ogni possibilità di vita comunitaria, come se fosse portatore di un pericoloso virus da isolare al più presto. Un lockdown esteso allo spirito.

Non è tuttora chiaro di che cosa si sia reso colpevole Enzo Bianchi, uno dei maggiori interpreti della spiritualità contemporanea, l’uomo che ha fatto di Bose la piccola capitale di un nuovo ecumenismo, apprezzato a Mosca e a Damasco, a Istanbul, a Belgrado e a Londra. Un autore di successo, ben rappresentato nel catalogo Einaudi, che da anni è diventato un punto di riferimento anche per tanti laici e non credenti , come testimoniano la ricezione dei suoi libri e dei suoi articoli, e le folle attentissime che accompagnano le sue apparizioni pubbliche (per dire: al Salone del libro di Torino dovevo riservargli l’Auditorium, 1700 posti). Anche quelle folle, evidentemente, sono vittime inconsapevoli di quegli “abusi psicologici” di cui fratello Enzo continuerebbe a macchiarsi, a sentire i suoi accusatori, dopo aver lasciato il priorato nel 2017. E sì che, come ha scritto Luigi Accattoli,  “Bose è un esempio straordinario di come lo studio, la conoscenza, la profondità e l’ardire del pensiero siano compatibili con la fede cristiana, e anzi la rafforzino. È un laboratorio che ha dato chiara prova, nel corso degli anni, di un eccezionale equilibrio, senza mai ricorrere a cliché, senza utilizzare dogmatismi” 

Ancora il 27 maggio dello scorso anno, quando già era stato colpito da un decreto interdittivo che voleva allontanarlo dalla sua creatura, Bianchi scriveva di non sapere quali colpe specifiche gli venivano contestate. Sono le bellezze del diritto canonico agitato come una clava: sentenze inappellabili, che non ammettono testimoni e contraddittorio, in cui ha parola soltanto l’accusa. Sono pratiche arcaiche e inammissibili in ogni istituzione e bisognerà porvi mano. Ma chi abbia una pratica anche minima delle dinamiche di gruppo, sa bene che in presenza di padri-padroni di forte  carisma scatta, nei figli meno dotati, l’istinto dell’assassinio metaforico: un istinto che è spia di fragilità, debolezze, insicurezze, e che alimenta una rappresentazione semplificata del mondo diviso tra buoni e cattivi, che può avere come esito finale soltanto lo scontro. Le cose non possono che peggiorare se il delegato pontificio, Amedeo Cencini, interpreta la sua missione con spirito autoritario e inquisitoriale, invece di puntare sull’ascolto, sulla ricomposizione, sul dialogo. 

Gli interessati non parlano, ma ora ci fa capire qualcosa di più la testimonianza di Riccardo Larini, che  ha lavorato a Bose con Bianchi per undici anni, prima di dedicarsi a una carriera di traduttore e docente, e sembra persona informata dei fatti, pur vivendo a Tallinn, in Estonia. Larini non ha dubbi. Nel suo blog “Riprendere altrimenti” del 13 febbraio, parla di una comunità sempre meno votata all’ecumenismo e alla radicalità evangelica, sempre più ingessata in un monachesimo tradizionale; parla delle rigidezze dell’attuale priore, ossessionato da presunti abusi psicologi e sessuali, incline a formule accusatorie, sostanzialmente divisivo. Altrettanto esplicite le critiche  al delegato pontificio:“Per chiunque conosca il mondo della vita religiosa italiana, [la sua nomina] non poteva che essere l’inizio  di un disastro, viste le note e rigidissime teorie di tale ‘esperto’”. Anche più duro il giudizio che di lui ha dato Massimo Recalcati nell’articolo uscito su “La Stampa” giovedì 11 febbraio e intitolato La scure del Medioevo su Enzo Bianchi: “Secondo le sue bislacche teorie, in ogni fondatore si cela un abusatore (sic!) ed Enzo Bianchi confermerebbe il suo teorema alla lettera. La scure medievale dell’esclusione forzata e della spoliazione del nome si accanisce allora impietosamente sul padre-demonio come fosse una sana e necessaria purificazione”.

I fragili figli ribelli di Enzo Bianchi, quelli stessi che gli rimproverano un protagonismo debordante e invasivo, sembrano incapaci di riconoscere e gestire le diversità, quasi non fossero cresciuti nello spirito che ha sempre animato la cinquantennale esperienza di Bose. Una gestione così  inadeguata segna di fatto il triste avvio di una fase di implosione e disgregazione, di cui Larini ci fornisce i numeri.  Quella che tanti hanno sentito come una casa comune aperta a ogni viandante sta diventando un fortino assediato da se medesimo, i cui spalti cadono a pezzi. 

Un caso surreale, che non poteva essere condotto peggio.  L’unico che può restituire a Enzo Bianchi la sua dignità, salvandolo da un’umiliazione assurda, e restituire Bose, cambiato quel che c’è da cambiare, al suo progetto originario, è papa Francesco, costretto a diventare, anche in questo caso, il Mario Draghi di se stesso. Nel suo piccolo, Bose è una spia, tra le tante,  di una situazione difficile, perfino più ardua da gestire di quella italiana. Che il santo di cui porta il nome, maestro di misericordia, lo assista.

 

16 febbraio 2021

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