Piero Camporesi, esploratore eccentrico di mondi dimenticati

Mi fa un grande piacere che l’Università di Bologna abbia ricordato Piero Camporesi con un convegno di qualità, in occasione del 20º della scomparsa. Ne scrive  finemente Marino Niola su “la Repubblica” del 20 ottobre, parlando della carica fortemente innovatrice delle sue magistrali ricerche (lo si può leggere nel sito www.marinoniola.it). Scendendo dai piani alti della letteratura, Camporesi si è occupato delle culture popolari e dei loro linguaggi, portando alla luce della conoscenza storica il mondo dimenticato dei ciarlatani, degli villani, dei buffoni, degli straccioni, degli emarginati. Insomma la vita vera degli ultimi e dei penultimi, così significativa per capire il colore di un’epoca, e tuttavia ignorata dai manuali di storia. Memorabile la sua curatela della Scienza in cucina dell’Artusi (1970: quante cose è riuscito a tirar fuori da un libro di cucina che consideravamo simpaticamente rétro, una faccenda di madri, nonne e zie); sorprendente il Libro dei vagabondi, che rivelava i gerghi della variopinta congrega di questuanti, saltimbanchi, guaritori e cerretani che viveva ai margini della società, a cui Camporesi ha sempre riservato  anche una umana pietà, “fornicando”, come diceva lui argutamente, con la storia alimentare, l’antropologia, la teologia, la medicina, l’anatomia, i trattatisti dimenticati, come il coloratissimo Garzoni di La piazza universale di tutte le professioni del mondo (1585, “Millenni” Einaudi 1996).

Come scrive Niola, la sua sterminata erudizione è in grado di cavare il meglio dai testi e dai documenti: “Il risultato è una funambolica logopedia delle voci plebee. E qui viene fuori il Camporesi più poietico, sperimentatore, che scava nelle parole sotto le parole. Per cavarne i succhi vitali, la forza evocativa, mitologica, simbolica”. Mi fa un gran piacere che Niola citi Il sugo della vita. Simbolismo e magia del sangue, il libro che avevo pubblicato nel 1984 per le Edizioni di Comunità, come un esempio di prosa che “mette in moto una catena di visioni, che la fa decollare dal supporto verbale per proiettarla verso un senso ulteriore”. La sua antropologia, ha scritto Umberto Eco per l’edizione americana, “è atroce, spietata, documentata, vera…I suoi libri vanno centellinati, a poco a poco, per sfuggire all’ossessione del corpo trionfante, con tutte le sue miserie e le sue glorie”.

Con altrettanta gioia gli avevo pubblicato da Garzanti Il brodo indiano, cioè la cioccolata, che al suo primo apparire in Europa si consumava liquida. Ma come dimenticare La maschera di Bertoldo, Il pane selvaggio, Il paese della fame, La carne impassibile, Camminare il mondo, biografia del medico cinquecentesco Leonardo Fioravanti, indomabile Buonarroti della medicina. C’è da esser grati al Saggiatore, che ne va rieditando le opere. Ricordando, a chi volesse saperne di più, il bel numero monografico della benemerita rivista “Riga” (Marcos y Marcos, 2008) che gli ha dedicato Marco Belpoliti, e che ospita anche una selezione di suoi scritti e interviste, tutte godibilissime.

Uno storico che era anche e soprattutto uno scrittore, addirittura barocco, come lo ha definito Belpoliti, eccentrico, capace di usare quando era il caso l’ironia e il sarcasmo, gastronomo competentissimo e polemico con le pratiche modaiole della cucina contemporanea, felicemente libero da schemi prefissati, dunque guardato con sospetto dall’accademia, ma quanto prezioso e nutriente. Unico, inimitabile, rimpianto.

(Disegno di Giuliano Della Casa)

 

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