I cecchini continuano a tirare sul Salone. La voglia di lapidazioni sommarie non corre solo in rete

Ormai non passa giorno che sui quotidiani torinesi non continuino a ricorrere gli stessi giudizi sommari sulla gestione del Salone del libro, le condanne a prescindere da qualsiasi prova documentaria, da qualsiasi minima conoscenza dei fatti reali. Siamo al quarto anno di questo massacro mediatico, al solito facilone e superficiale.

Ci si è accodato il 10 gennaio scorso anche l’edizione torinese del “Corriere della sera”, con un articolo di Giovanni Falconieri che ripropone la solita solfa colpevolista. Qui di seguito il mio intervento in risposta. Purtroppo non sarà ultimo.

Non riesco a capire la voluttà con la quale si continua a rappresentare il Salone del libro come il luogo di ogni nequizia, un caso di mala amministrazione, quasi un equivalente torinese di “Mafia capitale”, di cui sarebbe il principale responsabile Rolando Picchioni. Un esercizio autolesionista, che nuoce grandemente non solo all’immagine di una manifestazione che negli anni si è conquistata una reputazione internazionale, ma dell’intera città, ed è basato su accuse che attendono ancora, dopo quattro anni, di essere provate.
L’ho detto, scritto e ripetuto ancora recentemente, ma è come parlare al vento: ognuno ha la sua verità precostituita e se la tiene stretta. Ancora una volta: le difficoltà economico-finanziarie del Salone sono nate dalla inadeguatezza e dai ritardi pluriennali con cui le istituzioni hanno versato i loro contributi, obbligando la Fondazione a ricorrere al credito bancario e ad appesantire i bilanci di 200 o 300.000 euro ogni anno. Basta sommarli per arrivare al deficit oggi deprecato. Ripetoche l’intero programma del Salone (oltre 2000 eventi) veniva realizzato con 60.000 euro, meno di quello che costa una qualunque sagra di paese. E che per realizzarlo si comincia a lavorare con gli editori a settembre, in un dialogo continuo e serrato, non quindici giorni prima.
Quanto alla presunta “struttura faraonica” (15 persone, non 150), su quali elementi poggia questa valutazione? Tiene conto dell’estrema complessità di una macchina del genere, che tra l’altro produce un indotto da 60 milioni di euro? O del fatto che Fondazione ha gestito molte altre attività collaterali, da Torino capitale mondiale del libro 2006 agli eventi speciali che nel 2011 hanno accompagnano il 150° dell’Unità, più varie manifestazioni sul territorio, più il Salone Off 365, più il lavoro con le scuole e le biblioteche che va avanti tutto l’anno, ecc. In altre organizzazioni consimili il personale è molto più numeroso. Quanto a me, che recitavo tre o quattro parti in commedia (contatti con i media, scrittura di testi, programma di sala, ecc.), non avevo neppure una segretaria.
Si continuano a ripetere altre amenità, tipo “le cene eleganti”. Ma quando? Ma dove? Se arrivano da fuori Torino degli editori o delle delegazioni straniere mi sembra ovvio invitarli almeno a pranzo. Pranzi da 25/30 euro, non banchetti al Cambio. Gli alberghi? Ma certo, accoglievano gli autori e i relatori ospiti. Regali, tipo i famigerati cioccolatini? Erano piccoli omaggi simbolici a ospiti importanti, o a relatori che venivano a parlare a titolo gratuito. Pratiche modeste, peraltro usuali in qualunque azienda, senza che si debba gridare allo sperpero.
Per non parlare delle presunte turbative d’asta. C’era poco da turbare. Quelle aste poteva vincerle solo la GL, titolare del Lingotto Fiere, perché essendo proprietaria della sede espositiva esigeva un affitto di 1.200.000 euro che nessun’altra società esterna poteva sostenere. Quanto al marchio, è un valore fluttuante, come accade in borsa. Nel 2010 e seguenti un valore di 2.800.000 euro si poteva ritenere congruo. Piuttosto, è la svalutazione odierna, che non tiene conto dell’indotto e della ricaduta promozionale sulla città, a suonare ridicola e sospetta.
Questo mix di disinformazione, caccia alle streghe e accuse non dimostrate è devastante e fa male a tutti. E’ uno dei tanti segni che il Paese che ha perso un minimo di misura civile, di buon senso, di rispetto per il lavoro degli altri, e come gli haters della rete si nutre di un facile giustizialismo preconcetto. E poi ci lamentiamo che l’antipolitica trionfa.

 

“Corriere della sera/Torino”, 13 gennaio 2018

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