Auguri al Salone del libro 2018, sperando che le istituzioni non facciano altri danni

Non sarà un anno facile nemmeno il 2018, per il Salone del libro. Alla fine si farà e magari sarà anche un successo, ma solo per merito di quelli che sono i suoi veri azionisti: il meraviglioso pubblico del Lingotto, gli editori e il team della Fondazione guidato da Nicola Lagioia, forte di competenze ed esperienze collaudate a lungo, che sono la vera risorsa su cui contare. Si farà malgrado le istituzioni, cioè i cosiddetti soci fondatori, in primis Comune e Regione, i veri responsabili dell’assurda situazione che ha portato alla liquidazione della Fondazione.

Ho lavorato per quasi vent’anni per fare del Salone una delle più importanti manifestazioni europee del settore, e non posso restare in un silenzio omertoso di fronte a quello che sta succedendo. Diciamolo forte e chiaro una volta per tutte. Le difficoltà economico-finanziarie della Fondazione non si devono alla cattiva gestione Picchioni, a sprechi o quant’altro, secondo la vulgata corrente, assai comoda e auto-assolutoria per chi l’ha messa in giro, ma semplicemente al fatto che Comune e Regione non hanno versato per anni in misura adeguata e tempestiva i contributi necessari. Quando, per via di queste inadempienze, si è costretti a ricorrere al credito bancario, e cioè a caricare ogni anno il bilancio di 200 o 300.000 euro, è chiaro che si creano difficoltà che nemmeno Jeff Bezos sarebbe in grado di gestire. Una situazione paradossale in cui i soci fondatori coincidono con i debitori. Eppure sedevano nei consigli d’amministrazione, e dunque hanno sempre avuto un quadro chiarissimo della situazione insostenibile che si andava creando e che hanno lasciato degenerare malgrado i ripetuti appelli di Rolando Picchioni.  Adesso non è proprio il caso che si presentino come i salvatori della patria.

Dopo sei mesi perduti senza costrutto, hanno pensato di uscirne liquidando la Fondazione, cioè facendo pagare i passivi ai fornitori, mettendo a rischio i medesimi e relativi posti di lavoro. Spaccando in due la squadra operativa, un pezzo a te (Comune), il pezzo più grosso a me (Regione): ma perché indebolirla, quando la sua forza è sempre stata quella di  lavorare in stretta unità e armonia? Architettando una specie di annessione al Circolo dei lettori, come a dire che San Marino annette l’Italia. Inventando una cabina di regia di cui non si sentiva proprio la necessità, anche perché l’allungamento della catena di comando indebolisce il ruolo del direttore, rallenta inevitabilmente il lavoro, produce confusione e tensioni interne, e aumenta la possibilità di assalti clientelari. Per non parlare della grottesca svalutazione al ribasso del marchio, che è un (brutto) romanzo a sé.

Davvero un bel lavoro di autodistruzione, un danno all’immagine della città. Il Salone ha saputo resistere brillantemente sul campo all’attacco milanese, e sarebbe imperdonabile che perdesse la partita negli spogliatoi, per fuoco amico. Auguri a tutti, ma sopratutto ai lettori, agli editori, ai librai, ai bibliotecari, alla squadra che nonostante tutto tiene ancora in piedi il Salone. E ai tanti cittadini che al Salone sono profondamente affezionati, anche quelli che non leggono e tuttavia lo sentono come un grande patrimonio comune che li inorgoglisce e non intendono perdere. Facciamo in modo, fra tutti, di non deluderli, di non fare un altro bel regalo all’antipolitica.

“la Repubblica/Torino”, 3 gennaio 2018

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