Antipolitica, corruzione, clientelismo, familismo? Il “Viaggio elettorale” di De Sanctis sembra scritto oggi.

Torino ha ricordato il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis, vero e grande padre della patria, con un incontro tenuto il 13 dicembre nell’aula del Parlamento subalpino di Palazzo Carignano cui hanno preso parte, con Chiara Appendino e Sergio Chiamparino, Walter Barberis e Carlo Ossola. In Torino, come è noto, De Sanctis ravvedeva la sua seconda patria. Qui di seguito la mia relazione, centrata su Un viaggio elettoralecronaca vivacissima (e ironica) della difficile campagna del 1875, e specchio fedele di un’Italia che non è cambiata.

Se oggi ricordiamo il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis è perché il professore per eccellenza, il grande e appassionato storico della letteratura, vero manifesto della modernità, come è stato definito,  ha ritenuto suo preciso dovere civile spendersi per la costruzione di una nuova Italia, malgrado tutto e spesso contro quasi tutti. Il letteratissimo allievo di Basilio Puoti aveva partecipato ai moti napoletani del 1848. Rifugiato in Calabria e poi incarcerato, dal 1853 al ’56 fu esule a Torino che ricordava come la sua seconda patria (qui terrà tra l’altro tre memorabili lezioni su Dante), e poi a Zurigo per una cattedra universitaria alla Scuola Politecnica. Nel 1861 Garibaldi lo aveva nominato governatore della provincia di Avellino. Eletto in Parlamento, era stato ministro della pubblica istruzione nei governi Cavour e Ricasoli, poi era passato all’opposizione nel 1862 quando con Luigi Settembrini aveva promosso a Napoli un raggruppamento della sinistra moderata, per il quale dirigeva il quotidiano “L’Italia”. Intendeva  dare un respiro internazionale a una politica progressista, che prevedeva la secolarizzazione dell’insegnamento, la soppressione delle corporazioni religiose, una giustizia più snella, un radicale miglioramento dell’economia attraverso i trasporti ferroviari.  Ma da lì in avanti aveva sperimentato un vero isolamento politico, anche se sarebbe rientrato in Parlamento nel 1867. Per lui la letteratura, autobiografia di una nazione, restava lo strumento principe per la comprensione di una società, per muovere le coscienze, per creare una identità condivisa dalla somma di mille campanili. L’uomo di studio vagheggiava una politica all’aria aperta, a diretto contatto con le masse popolari e le loro esigenze, ben lontana dalla politica politicante che si praticava dai comitati d’affari in circoli ristretti.

Nel gennaio 1875 il quasi sessantenne ex-ministro deve intraprendere un duro viaggio elettorale nei paesi più remoti delle sua Irpinia, fra gelo e neve, a dorso di mulo per strade impervie e fangose. È anche un ritorno alle radici, un viaggio sentimentale in cui dopo quasi trent’anni ritrova parenti e vecchi amici, ma anche un’esperienza sociologica e antropologica, che nutre una serie di vivaci cronache giornalistiche pubblicate su “La Gazzetta di Torino” e poi raccolte in volume l’anno dopo. Che De Sanctis fosse anche un buon giornalista si sapeva, basti vedere le cronache dei moti torinesi del settembre 1864 per il trasferimento della capitale a Firenze, che avevano prodotto una cinquantina di morti e 133 feriti: “L’inettitudine dei ministri ha qui prodotto una strage, di cui non ci è esempio nei paesi civili”, scrisse. In più qui ci mette un piglio quasi romanzesco, che guarda a Sterne e ad Heine, maestri della letteratura di viaggio.

La vivacità quasi colloquiale del dettato rende informale e diretto il dialogo con il lettore, in questa che è anche la prima narrazione del Mezzogiorno dopo l’Unità. Il viaggio elettorale sembra scritto ieri, fornisce la radiografia di un sud immutabile, devastato dal clientelismo e dal familismo, ma parla anche di quello che dovrebbe essere la politica e non è.  De Sanctis si ritrova a fare i conti con una schiera molesta di “tiranni di provincia, deputati voltagabbana, preti sofisti e preti sindaci, sopracciò presuntuosi, spregiudicati proprietari terrieri, modesti e grigi amministratori della cosa pubblica, avvocati, legulei, vescovi astuti e faccendieri, prefetti e magistrati dal relativo senso dello Stato”. Il candidato annota lucidamente che tutti costoro “non liberano l’individuo bensì lo strutturano in vincoli dove contano le parentele arcaiche, dove il legame societario della gratitudine non permette una vera emancipazione”. Cerca di esorcizzare l’amarezza per accoglienze spesso fredde o impacciate con l’ironia, con bozzetti parodistici. ”Tutti questi sovrani hanno poi chi è sopra a loro, e li fa ballare, ed essi credono di ballare loro, e ballano il ballo suo. Ciascuno di questi centri ha qualche ricco sfondolato, qualche leguleio cavilloso, qualche camorrista, che anche in America ci sono i camorristi, un sopracciò che comanda a bacchetta e lì è la chiave. E il punto sta ad indovinare la chiave. Il tuo romanzo ti dice che bisogna tenersela con gli onesti, brava gente ma poltrona e sconclusionata. E se vuoi sentire la storia hai a tenertela coi forti, leoni o volpi che sieno, e meno hanno scrupoli, e più sono efficaci, gente come si deve, che ti sa bene ordire le fila…” . Un’Irpinia archetipica che è anche lo specchio del Paese.

Si presenta come un conciliante e bonario pater familias, ricorre quando è il caso alla mozione degli affetti, esule che torna in patria per sollevarla dalla sua arretratezza: «Se debbo consacrare a voi gli ultimi anni miei, voglio essere il padre e il benefattore di tutt’i miei concittadini. Io non porto bandiera altrui; sono io la bandiera, e la mia bandiera si chiama concordia». O ancora: “Abbiamo una provincia derelitta, e se vogliamo beccarci tra noi, imiteremo le galline di Renzo”. Predica lealtà: “Niente è più contrario alla mia natura schietta dello spirito avvocatesco; perchè il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza e quasi il vanto della menzogna. Riconoscere l’errore o il torto o la sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare, questo è il segno della vera forza de’ popoli e degl’individui. Alcuni tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d’ingegno, anzi lo spirito cavilloso è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio, esprime anche la menzogna per rispetto all’ingegno, è un falso ingegno, sperduto nei particolari, a cui è negata la vista della verità. I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è carattere della mediocrità. Ma come il mondo è dei mediocri, uno spirito cavilloso s’impadronisce con facilità della moltitudine e se la tira appresso, e il difetto di uno apparisce difetto di molti”.

Sa bene che il volgo “non capisce che le apparenze”, ma ciò che gli spiace non è la resistenza, è la rozzezza. Bisogna fare realisticamente i conti con il materiale umano che c’è, senza perdere la speranza: “In verità la provincia non ha tanta copia d’uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci co’ nostri partitini e co’ nostri parlamentini”.

Tra le sue preoccupazioni c’è proprio quella di una educazione politica degli intellettuali, la qualità della futura classe dirigente. L’antipolitica, a partire dai distacco dei colti, era già in quegli anni un fenomeno chiaramente percepibile. Si guardava “con una certa aria di diffidenza e quasi di disprezzo gli uomini politici, come se la politica fosse privilegio di pochi e non dovere di tutti”. E peggio ancora, prendeva piede la concezione per cui “non si può essere insieme un uomo politico e un uomo onesto”. Già allora notava con preoccupazione un’atonia politica che era peggiore del malcontento. La stessa educazione che allora si forniva era infestata di troppa retorica, e dunque diventava presto inefficace.

La sostanza della vera politica sta “nel mondo studiato dal vero e dal vivo”. Come può intendere, aggiungeva, chiunque sappia conservare fiducia e sia ancorato al proprio senso morale e possegga «la virtù dell’indignazione». E precisava: “La vita è azione; ma solo la dignità è la chiave della vita, e l’onestà la prima qualità dell’uomo politico”.

Scriverà Benedetto Croce nel 1932: “Era un grande onest’uomo, semplice, sincerissimo, aborrente le gonfiezze e i falsi luccicori dello stile retorico, pensoso delle cose e non di se stesso”.

E’ per queste ragioni che Francesco De Sanctis resta un padre fondatore, un misto di lucido realismo e fervore progettuale, di etica e pragmaticità, un modello di saldatura tra impegno politico e cultura  favolosamente remoto, forse irraggiungibile, di certo irrinunciabile.

 

 

Torino, 13 dicembre 2017

 

 

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