A 250 anni dalla nascita, Napoleone ha ancora molto da insegnare

“Le cose più importanti al mondo si realizzano grazie alla cultura”. Così uno dei tanti aforismi in cui Napoleone ha condensato la sua sapienza di statista, da vero maestro di tweet fulminanti che illuminano la filosofia del suo sistema operativo. A duecentocinquanta anni dalla nascita (15 agosto 1769), il piccolo ex-caporale corso continua a correre davanti a noi, a impartire lezioni che non abbiamo ancora assimilato. 

Quello che continua a impressionarci non è tanto il generale e lo stratega, quanto il grande organizzatore, il manager che porta nella macchina dello Stato e dell’esercito una mentalità imprenditoriale tesa all’efficienza e alla produttività, il creatore delle tecniche di comunicazione di massa, l’uomo di cultura che fa dei libri e dell’arte uno strumento di buon governo, il legislatore del Codice Civile capace di scrivere leggi chiare, l’inventore della meritocrazia, l’amministratore fedele alla religione del budget. In una parola, il fondatore di una modernità che non abbiamo ancora realizzato per davvero. 

Era uscito dalla piccola o minima nobiltà di una provincia remota, rissosa e un po’ ferina, e nulla sembrava predisporlo alla gloria. Proprio per questo la borghesia lo ha sempre adorato: era la dimostrazione vivente che partendo dal nulla si poteva arrivare per virtù propria a calcarsi in testa la corona imperiale, a infiammare un’epoca, a cambiare la Storia. Persino da sconfitti: nel Memoriale di Sant’Elena, primo best-seller della storia dell’editoria, e Bibbia dei ceti emergenti, il Vinto disegna piani di palingenesi universale e si presenta come moderno Prometeo incatenato dall’Ancien Régime.

Amava dire che il genio e il talento non sono ereditari. Andava a pescarli a a valorizzarli senza badare al censo e all’appartenenza sociale. Una volta identificato il merito, sapeva premiarlo e additarlo ad esempio. Attraverso un efficiente sistema di informative segrete e rapporti riservati, sembrava in grado di vedere e capire tutto, di ricompensare e punire. Se un capo squadrone della Guardia passa in barella sotti i suoi occhi con un braccio spappolato e ha ancora la forza di gridare “Viva l’Imperatore”, lo nomina barone all’istante. È in Polonia quando apprende che il chimico Berthollet si è indebitato per le sue ricerche: dà ordine che gli siano versati immediatamente 150.000 franchi e gli manda un messaggio di apprezzamento. 

Ossessivo è il suo controllo di gestione, la ricerca di sprechi e malfunzionamenti, tangenti e appropriazioni indebite. Esercita ogni giorno una maniacale spending review perché ama esibire le sue qualità di amministratore e sa che la spettacolare capacità dei controlli obbligherà i suoi dipendenti a comportamenti più virtuosi. All’Elba arriverà a controllare persino i costi delle zuccheriere e delle tende della sorella Paolina. 

Ai collaboratori non chiede pareri, ma cifre, dati esatti su cui ragionare. Si può discutere solo di ciò che è misurabile. La politica industriale, le grandi opere pubbliche, l’attenzione alla scuola e alla formazione hanno una parte importante nel costruzione di un’immagine dell’impero come il migliore dei mondi possibili. Nel 1807, davanti a una crisi produttiva, inventa una sorta di cassa integrazione. Lancia la pubblica illuminazione a gas, trasforma Parigi e la Francia in un ambizioso cantiere.

Non meno innovative le iniziative come ministro dei Beni Culturali, la politica del libro, gli incoraggiamenti agli scrittori, la trasformazione del Louvre in un grande museo nazionale che dia ai francesi una miglior percezione di se stessi. Ma radicalmente innovativo è anche il suo linguaggio politico: chiaro, diretto, rapido, immaginifico, tutto cose e concretezza. La sua macchina propagandistica riesce a convincere ogni anno 200.000 europei ad arruolarsi negli eserciti imperiali.

Dov’è che Napoleone non impara da se stesso, sbaglia e cade? Probabilmente il centralismo ossessivo che riporta alla sua persona ogni decisione anche minima, l’assenza di una rete di comando in grado di gestire autonomamente le complessità e le emergenze, la subordinazione dei Paesi satelliti agli interessi economici della Francia, l’aver ceduto agli Inglesi il dominio dei mari, e soprattutto la sottovalutazione della suscettibilità etniche e nazionali, che produce le disastrose invasioni prima della Spagna e poi della Russia.  Duecentocinquanta fa come oggi, un uomo solo al comando non basta. La hybris che colpisce i capi carismatici alla fine si rivela per quello che è: una malattia mortale.

La Stampa”, 15 agosto 2019

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